Paul Pierce

#TipOffTales – Paul Pierce, The Truth





Solitamente i titoli dei TipOffTales sono meno sintetici, ma quando si parla di personaggi come Paul Pierce, che spesso nelle sue interviste si esprime con frasi brevi e periodi secchi, abbiamo pensato che per questa volta andasse bene così.

Manca di già eppure è passato pochissimo dalla fine della scorsa Gara 7 tra Utah Jazz e Los Angeles Clippers, la sua ultima partita in NBA.

La “verità” ha smesso di giocare a basket.

Ma come è diventato “The Truth”? Cosa c’è dietro al suo personaggio? Non è facile da spiegare, si tratta infatti di una serie di appuntamenti con il destino.

Paul Pierce è nato il 13 Ottobre del 1977, ed è cresciuto ad Inglewood California, praticamente all’ombra del Great Western Forum, casa degli splendidi Los Angeles Lakers di quegli anni. Curioso vero? Colui che anni dopo sarebbe diventato l’uomo simbolo dei Boston Celtics per oltre 14 anni veniva da un sobborgo di Los Angeles e tifava per i Lakers. Come lui stesso ha raccontato in passato, all’età di 6-7 anni trovava sempre il modo di andare al palazzetto a vedere i grandi darsi battaglia.

Inizia a giocare a basket grazie alle attività sportive organizzate dalla polizia di L.A., e il suo primo “allenatore” è coach Scott Collins, l’uomo che gli insegna come si gioca a basket con delle regole e sopratutto controlla che Paul, i suoi fratelli e alcuni suoi amici stiano lontani dai guai (oltre a farli entrare gratis al Great Western quando faceva servizio di sicurezza durante le partite dei Lakers). Da quel momento Paul si innamora del gioco e decide che questa sarà la sua strada, nonostante fosse abile in qualsiasi tipo di sport.

Quando va a giocare per la Inglewood High School è un giocatore tecnico, valido ma che manca ancora delle doti fisiche necessarie per competere ad alti livelli. Lui lo sa e tutti i giorni prima delle lezioni, alle 5 del mattino, è già in palestra con altri allievi della scuola ad allenarsi. Durante la prima partita del torneo Pierce siede in panchina, come del resto aveva fatto per tutta la preseason, e nei piani di coach Roy non era considerato un titolare. Il già citato destino però decide che è il momento di bussare per la prima volta alla sua porta: la squadra è sotto di 18 punti e Roy aveva a disposizione pochi ragazzi tra i quali Paul. Decide allora di mandarlo in campo e dargli una possibilità. Il risultato? Lasceremo che siano le parole dello stesso Roy a raccontarvelo: “Alla fine del terzo quarto eravamo sotto di 18-19 punti, ho deciso di farlo scendere in campo e dargli qualche minuto anche perché non pensavo potessimo recuperare. Dal suo ingresso in campo ha dominato la partita mettendo a segno 21 punti, catturando 9 rimbalzi e scodellando pure 6 assist.”

Era al posto giusto, al momento giusto: la squadra diventa sua e da quel giorno Pierce sarà considerato un titolare. Lo sarà ancora una volta quando deciderà di andare a giocare a Kansas University per coach Roy Williams, figura verso la quale Pierce nutre un profondo rispetto. Di lui ha detto: “Non mi ha promesso nulla, mi ha solo detto che avrei lavorato come tutti gli altri e che lui mi sarebbe stato dietro.” Anni più tardi coach Williams dirà: “Gli avevo detto che poteva essere il pezzo mancante del puzzle che era la squadra, ma che avrebbe dovuto guadagnarselo.”

Paul, che dal lavoro non è mai stato spaventato, lo fa, e la sua carriera decolla: All-American dopo la prima stagione da junior, MVP del torneo nel 1996 e una propensione ad essere decisivo in maniera direttamente proporzionale all’importanza e al momento della gara.

“The bigger the game, the bigger he played” [Roy Williams]

E poi beh, al posto giusto al momento giusto per la terza volta di fila: Draft Nba 1998, a sceglierlo sono i Boston Celtics. La città lo adotta da subito, anche perché gioca con un’abnegazione tale da consentirgli di totalizzare immediatamente cifre ottime: 16.5 punti di media il primo anno, 19.5 punti al secondo più l’essere considerato tra i migliori prospetti offensivi della NBA.

Paul Pierce, Chosen One

Paul Pierce, le cicatrici e il tatuaggio in memoria della notte del Buzz Club

Dopo tanti appuntamenti con il destino dalla parte giusta della barricata, a Settembre del 2000 invece si trova nel posto sbagliato al momento sbagliato: Buzz Club, Boston. Paul si ferma a parlare con delle ragazze e scoppia una rissa, un uomo lo accoltella undici volte al viso e all’addome. La durezza del giubbotto di pelle che indossa gli salva la vita e le coltellate non ledono punti vitali. Il club è vicino ad un ospedale e viene prontamente soccorso… Quella notte rischia la vita, ma incredibilmente, un mese dopo è ai blocchi di partenza della stagione NBA 2000-2001 con i suoi compagni. Quell’anno totalizza 25.3 punti di media ed è in quel momento che diventa “The Truth”. A chiamarlo così è Shaquille O’Neal, nella celebre dichiarazione ai giornalisti che testimonia che qualcosa di sovrannaturale è accaduto sul campo da basket dopo la tragedia.

“Take this down, my name is Shaquille O’Neal and Paul Pierce is the motherfucking Truth. Quote me on that and don’t take nothing out.”

E’ la stagione del passivo di -21 recuperato contro i New Jersey Nets, e nonostante la successiva uscita dai Playoff, è la stagione di Paul Pierce e Antoine Walker, un’annata che resta nella leggenda.

La 2006-2007 invece no. E’ la peggior stagione di Boston da quando “la verità” è sbarcata in Massachusetts, e fortunatamente Danny Ainge lo convince a restare costruendo una squadra che improvvisamente diventa da titolo grazie agli innesti di Ray Allen e Kevin Garnett. I Boston Celtics vincono il titolo NBA del 2008 dopo una cavalcata meravigliosa in Regular Season. Dopo le 66 vittorie, alle finali gli avversari sono i Los Angeles Lakers.

Già, proprio la squadra che tifava da bambino. Quella che un tempo considerava come sua.

Non più però.

Al termine di una serie strepitosa che manda in delirio i tifosi di Boston, Paul Pierce viene incoronato MVP delle finali e alza al cielo il titolo per cui ha versato sudore e sangue. Sembrava dover essere soltanto l’inizio per quella squadra, ma invece arriverà soltanto un’altra finale, stavolta nel 2010 e sempre contro i gialloviola… Ma stavolta a spuntarla sono Kobe Bryant e i suoi Lakers.

Quello che succede in seguito è soltanto la conclusione del mosaico. C’è l’addio a Boston e la nuova esperienza a Brooklyn, dove non si riesce a creare quanto sperato nonostante un turno di Playoff superato contro i Raptors in gara 7 e la successiva collisione contro i super Miami Heat di LeBron James&Co. La sua esperienza newyorkese si chiude e si apre una parentesi senza troppe luci ai Washington Wizards di John Wall e degli altri (fra i quali Sam Cassell nel ruolo di Assistant coach).

Non soddisfatto approda poi ai Los Angeles Clippers dove ritrova Doc Rivers, l’allenatore del titolo a Boston. Anche qui non arrivano grosse soddisfazioni, complice l’endemica sfortuna dei Clippers. All’inizio di questa stagione aveva già annunciato il suo ritiro dicendo semplicemente di essere troppo vecchio ormai e che il basket “è dei giovani”.

Magari di quegli stessi giovani aiutati dalla sua associazione ad Inglewood, California, tra i quali prima o poi troveremo un altro campione.

“La verità” però è una sola, e forse è per questo che O’Neal rilasciò quella dichiarazione.

Di Paul Pierce ne è esistito solo uno.



Ventisei anni, laureato in Lettere Moderne e specializzato in Storia, appassionato di svariati sport: Judo (che pratico), Basket (che ho praticato) e tifoso dei Boston Celtics, Calcio (che vedo solo a colori Rossoneri e Azzurri) e Tennis. Una volta morto vorrei copiare l'epitaffio della tomba di Califano: "Non escludo il ritorno"


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