Julius Erving, in arte Doctor J

#TipOffTales – “Call me Doctor” (J)

Alcune storie, per essere raccontate, necessitano di una colonna sonora adeguata. Il consiglio di chi scrive è quello di mettere su un pezzo Funky, ad esempio “Superstition” di Stevie Wonder, allacciare le cinture e godersi il viaggio perché la destinazione è di quelle che fanno vibrare i polsi: si va ad Harlem.

Siamo nella New York dei primi anni ’70 e ci troviamo nelle vicinanze del Rucker Park. Per chi non lo sapesse, gli afroamericani il basket lo apprendono in strada giocando nei playground, i campetti di periferia dove si gioca duro e succedono cose spesso inspiegabili. Quel giorno c’è una gran folla al Rucker perché sta succedendo qualcosa di speciale: c’è una partita e tra i giocatori c’è un ragazzino di vent’anni appena. E’ facile riconoscerlo: vistoso capello afro, smilzo e capace di decollare a canestro.

“Superstition” non è un pezzo da mettere su a caso.

Molte storie si raccontano su di lui: ad esempio un ragazzo che lo stava fotografando sotto canestro mentre si esibiva in una delle sue schiacciate, disse che “Doctor J.” aveva schiacciato con tanta potenza che la palla era ricaduta in faccia a lui che stava là sotto e che per colpa della botta aveva perso diversi denti mentre la folla era in visibilio. Superstizione? Chi lo sa, di storie ad Harlem ne girano tante; quello che è certo è che su quel campo, in quel pomeriggio, con la gente arrampicata sugli alberi per vederlo, c’era Julius Erving.

Julius Erving

Julius Erving in volo durante una delle sue schiacciate più famose

Nato il 22 febbraio del 1950 a Nassau County ma cresce a Roosevelt (New York) sua madre si chiama Callie e il padre Julius Senior. La sua vita non è in discesa già dall’inizio: il padre muore investito da un’auto lasciandolo orfano, e muore anche Marvin, il suo fratello minore. Callie si prende cura di lui e Julius pensa solo a studiare (gli riesce bene) e a giocare a basket (ancora meglio). La percezione che i suoi contemporanei ebbero di lui, all’indomani della sua entrata tra i professionisti, era quella di uno arrivato a rivoluzionare tutto. Non gioca in terra, vola! I muscoli delle gambe gli permettono una elevazione ed un’esplosività fuori dal comune. Che abbia deciso di volare così in alto per superare le difficoltà della vita? Quello che è certo è che parlando di sé da ragazzino, Julius Erving ha detto: “Avevo l’istinto di saltare verso il canestro. All’inizio non riuscivo a schiacciare ma sentivo dentro me che dovevo farlo. Col tempo mi hanno detto che io ho cambiato le cose, ma in realtà ho fatto una cosa che avrebbe potuto fare chiunque”.

Come nasce il Dr. Julius Erving?

Per caso, istintivamente, come le sue schiacciate. Al campo continuavano a chiamarlo “Black Moses” o “Houdini” e lui, con la solita cortesia che lo contraddistinse nel corso di tutta la sua carriera rispose: “Se dovete chiamarmi in qualche modo chiamatemi ‘Doctor’”. Quel soprannome, nasce grazie a Leon Sanders, suo compagno di scuola alle superiori che lo chiamava così in risposta al “Professor” col quale Erving era solito apostrofarlo. Julius diventerà infatti un dottore… A suo modo. Frequenta la University of Massachussets, arrivando alle finali dell’NCAA che però non vincerà. Nel 1971 firma il suo primo contratto da professionista nell’ABA, l’American Basketball Association, che assieme alla NBA formava le due principali leghe professionistiche americane. Lo prendono i Virginia Squires. La sua stagione da Rookie è esaltante: 27 punti e 15 rimbalzi di media a partita ed un lungo cammino ai Playoff. Tutti, ma proprio tutti, lo conoscono ormai come “Doctor J”. Nella stagione ’72-’73 le sue prestazioni continuarono ad essere fantastiche ma c’era un problema: la ABA non aveva molto seguito di pubblico come la NBA. I ricavi per le società erano di molto inferiori a quelli della lega rivale e le partite non venivano trasmesse in diretta TV, quindi ad esclusione degli addetti ai lavori, nessuno aveva mai visto Erving giocare.

Julius Erving in maglia Nets

Julius Erving in maglia Nets

Lui aveva voglia di fare il salto di qualità, tanto che aveva provato a firmare un contratto con gli Atlanta Hawks ma era stato stoppato da un giudice federale che aveva considerato illegale il suo trasferimento e lo rispedì agli Squires. Sembra finita qui e invece Virginia fallisce ed è costretta a mettere all’asta i contratti dei suoi giocatori, quindi, anche quello di Erving che nel 1974, approda così ai New York Nets. Ai Nets fa segnare al primo anno 27.4 punti in media a gara e 29.4 ai playoff, vince il titolo di MVP e quello di MVP delle finali. Erving vinse così il suo primo titolo ABA, ma erano ancora in pochi a conoscere le sue doti. Nel 1976 vincerà un altro titolo ABA, ma non è la cosa più importante che succede. La ABA, grazie alle sue prestazioni, inizia ad attrare l’interesse dei giornalisti e la televisione americana decide di trasmettere per la prima volta in TV l’All Star Game della ABA che per quella edizione, incluse la gara delle schiacciate.

Alla gara partecipano Erving, George “Ice Man” Gervin, Artis Gilmore e David Thompson.

Tutti erano atleti mostruosi, ma quello che fece Erving fu qualcosa che non era mai stato visto. Partì dalla metà campo opposta al canestro in cui voleva schiacciare, prese la rincorsa con la palla in mano correndo a tutta velocità e arrivato sulla linea del tiro libero staccò, piazzando una schiacciata che restò nella storia dello sport, più che del basket americano. Il palazzo non si sa come, non venne giù. Erving vinse con un plebiscito la gara delle schiacciate, ma non era l’unico ad aver spiccato il volo. Lo seguì a ruota tutto il movimento cestistico americano. Il basket non sarà, dal 1976 in poi, solo sport: sarà spettacolo. In quel 1976 si determina anche la fusione tra ABA e NBA ed Erving avrà l’opportunità di mostrare il suo talento in un palcoscenico ancora più ampio di quelli a cui era abituato fino a quel momento. Appena arrivati nella NBA però, i Nets vengono osteggiati dall’altra grande squadre di New York, i Knicks, che pretendono da loro il pagamento di una “tassa” per la sola ragione che entrambe le franchigie provengono dalla stessa città. I Knicks vogliono parecchi milioni di dollari e i Nets sarebbero disposti a pagare una sola parte e a cedere loro il contratto di Erving, come parte del pagamento. Come spesso è accaduto nella storia dei Knicks, la società prende la decisione sbagliata e rifiuta la proposta.

Alla porta dei Nets bussano allora i Philadelphia 76ers che offrono 3 milioni di dollari ai Nets e 3 al giocatore, morale della favola: lo portano a casa. L’NBA però non è la ABA e la resistenza che Doctor J. incontra è maggiore; le sue statistiche realizzative calano un po’: la media punti del 1977 dice 21.4 punti a gara. Erving segna meno ma gioca un basket meraviglioso, dimostrando che la ABA era una lega tutt’altro che da sottovalutare. I Sixers arrivano addirittura alla finale NBA ma incappano nei Portland Trail Blazers di Bill Walton che riescono a strappargli il titolo (che tra l’altro rimane ancora l’unico nella storia dei Blazers). A Philadelphia sono particolarmente depressi per la sconfitta ed Erving si consola con l’elezione a MVP dell’All Star Game di quell’anno. Gli anni successivi per Erving saranno strani: è uno dei migliori giocatori della lega e uno dei più spettacolari, ma non vince. Viene sempre convocato all’All Star Game tranne che nel 1979, vince il titolo di MVP della Regular Season nel 1981… Ma il titolo non arriva. Doctor J. per i suoi coevi sembrava essere un giocatore bello ma perdente e basta. C’è da dire però che esistevano anche gli avversari… E che avversari!

Julius Erving

All’opera contro una delle sue avversarie più ostiche: i Lakers di Magic e Jabbar

Nelle Finals del 1980 per empio i Sixers erano in svantaggio 3-2 nella serie e Gara 6 si sarebbe giocata a Philadelphia con Abdul-Jabbar infortunato. La possibilità di recuperare sembrava vicina ma il rookie dei Lakers, Ervin “Magic” Johnson, decise di rovinare la festa ai Sixers e chiuse i conti con una prestazione da urlo. Nel 1981, l’anno dell’MVP di Erving, i Sixers vengono buttati fuori dai Boston Celtics di Larry Bird (che vinceranno il titolo) in finale di conference e nel 1982 Philadelphia batte i Celtics in finale di conference ma deve arrendersi ancora una volta ai Lakers di Magic Johnson in finale. Doctor J. sfodera prestazioni su prestazioni ma non vince mai. Il destino a volte è buffo però: ricordate quando lo soprannominavano “Black Moses”? Ecco, la risposta ai tormenti di Erving e di Philadelphia, arriva nel 1983 e si chiama: Moses Malone, professione centro dominante. Philly ha sofferto troppo sotto canestro e necessita di una presenza di carattere in mezzo al campo.

I risultati arrivano presto: nel 1983 i Sixers sono inarrestabili. Prima fanno fuori i Knicks 4-0, poi i Milwaukee Bucks 4-1 e vincono la finale contro i Lakers con un sonoro 4-0, stabilendo il record per il minor numero di sconfitte in assoluto ai playoff. Doctor J. non è più bello e perdente: finalmente indossa l’anello anche lui. Non succederà più però. Negli anni successivi la NBA sarà dominata dalla rivalità Lakers-Celtics e nel 1986 Erving dirà a tutti che è il momento di ritirarsi (a Philadelphia arriverà a sostituirlo Charles Barkley). Il suo addio al basket giocato è caratterizzato dagli stessi onori che l’anno scorso sono toccati a Kobe Bryant; in ogni palazzetto visitato c’era il Sold Out, giusto per vederlo giocare un’ultima volta. Doctor J. si è emozionato e ha fatto emozionare anche personaggi tradizionalmente duri come Pat Riley, che nel momento del suo ritiro disse: “Ci sono state alcune buone persone fuori dal campo, come qualche madre o il Papa. C’è stato però un solo “Doctor J.””. Dominique Wilkins, un altro che amava volare in campo, lo ricordò per la sua grande signorilità: “Mai una parola fuori posto, non conosco nessun giocatore di cui si possa dire lo stesso”. Michael Jordan disse chiaro e tondo che: “Se non fosse esistito “Doctor J.” non ci sarebbe mai stato Michael Jordan”, sottolineando ulteriormente qualcosa di già noto e cioè che il suo stile di gioco era ripreso da quello di Erving, come le sue schiacciate. L’anno scorso è stato Shaquille O’Neal a volerlo sul palco per la sua introduzione nella Basketball Hall of Fame.

Nel corso della sua carriera è stato cortese con la stampa, sempre disponibile con i fans, a cui mai negava un autografo o una chiacchierata, nonostante la pressione degli allenamenti, delle partite e dell’essere costantemente circondato dalla folla. Il suo look ha entusiasmato una generazione, tanto quanto le magie realizzate sul campo. Nella vita è stato azionista della Coca-Cola a New York e a Philadelphia, testimonial per la Converse che grazie alla sua collaborazione e a quella di Larry Bird e Magic Johnson riuscì a non chiudere i battenti e a diventare ciò che è oggi, ha aperto un negozio di scarpe non sportive, che però ha fallito, ha investito in borsa e come businessman non se l’è cavata male nel complesso.Come padre di famiglia ha avuto i suoi problemi: ha divorziato dalla moglie in maniera abbastanza burrascosa e particolarmente dispendiosa dal punto di vista emotivo ed economico e ha perso il figlio diciannovenne Cory nel 2000 a causa di un incidente stradale, con la macchina del ragazzo finita fuori strada in una palude dalla quale purtroppo non è uscito vivo.

Quello che resta di lui oggi però è ancora la leggenda: le storie sulle sue favolose schiacciate, sulle partite che ha giocato, sulle sue abilità sovraumane. Altro che superstizione: “Doctor J.” esiste e continua a schiacciare nell’animo di chi ama il basket e ancora si ispira a lui.

Anche a 63 anni.



Ventisei anni, laureato in Lettere Moderne e specializzato in Storia, appassionato di svariati sport: Judo (che pratico), Basket (che ho praticato) e tifoso dei Boston Celtics, Calcio (che vedo solo a colori Rossoneri e Azzurri) e Tennis. Una volta morto vorrei copiare l'epitaffio della tomba di Califano: "Non escludo il ritorno"


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