Oscar Robertson e Kareem Abdul-Jabbar

#TipOffTales – “He could do it All”: la storia di Oscar Robertson




Per iniziare questo pezzo la citazione del sito della Naismith Memorial Basketball Hall of Fame è d’obbligo: “Era capace di fare tutto.”

Se parliamo di basket e guardiamo ai tempi odierni, uno capace di fare tutto è Russell Westbrook, un giocatore che a suon di prestazioni ai confini dell’umano ha già messo al sicuro la sua tripla doppia di media in stagione. Cosa significa questo? Medie in punti, assist e rimbalzi tutte in doppia cifra, mica robetta.

La persona che però per prima (l’unica prima di Russ, tra l’altro) è riuscita in un’impresa simile è stata Oscar Palmer Robertson. Segni particolari: afroamericano, nato a Charlotte nel 1938 ma cresciuto ad Indianapolis. Considerando che siamo negli anni ’30 e che lui è afroamericano, immaginerete già le difficoltà che nella sua esistenza ha dovuto affrontare. L’amore per il basket è stato da sempre presente, e non ci sorprende dunque sapere che alla Crispus Attucks High School è lo sport che predilige. Gioca in una squadra di neri, in uno stato dove la maggioranza delle persone è di pelle bianca. Lui lo sa, ne soffre, ma decide che vincere e giocare a basket sono molto più importanti di queste sciocchezze; coach Ray Crowe lo aiuta a migliorarsi. Se nel 1954 il successo nei campionati liceali non arriva perché esiste la Milan High School (quella del film Hoosiers) nel 1955 e nel 1956 Oscar e i suoi dominano e vincono un campionato dopo l’altro. Robertson viene eletto “Mr. Basketball”, è campione dell’Indiana ma la parata per i festeggiamenti non si svolge come da tradizione per tutta Indianapolis, bensì solo nella zona del quartiere afroamericano (per via delle stesse sciocchezze di cui sopra.

Oscar Robertson e Russell Westbrook

Oscar Robertson e Russell Westbrook, fenomeni a confronto

Quando il college arriva, e con esso la consapevolezza che le limitazioni razziali lo hanno seccato, Robertson riversa la sua rabbia sul parquet giocando per la University of Cincinnati, con la quale oltre ad arrivare per ben due volte alle finali NCAA (il titolo gli sfugge sempre per mano di California guidata da Pete Newell) perde solo 9 partite in 3 anni e diventa All-American siglando 33.8 punti a gara. E’ un talento immenso, capace di farsi trovare a rimbalzo, di servire l’assist per il compagno smarcato e di realizzare lui stesso punti pesanti.

Gli anni successivi sono importantissimi per lui: nel 1960 vince l’oro olimpico a Roma guidando, di fatto, la nazionale statunitense. Nel 1960-1961 viene scelto dai Cincinnati Royals ed approda nella NBA. Per mettere subito le cose in chiaro, viene eletto Rookie dell’anno e MVP dell’All-Star Game; inoltre a fine stagione supera il record di assist a partita di Bob Cousy. Chiude con 30.5 punti, 10.1 rimbalzi e 9.7 assist ad allacciata. Un fenomeno fin da subito. La stagione successiva, la 1961-1962, è leggendaria per lui e per la NBA. Robertson chiude la stagione con una tripla doppia di media, diventando l’unico ad esserci riuscito nella storia della Lega (prima dell’arrivo del già menzionato Russell Westbrook) infilando 30.8 punti, 12.5 rimbalzi e 11.4 assist a gara. I Royals arrivano ai playoff ma cedono 3-1 davanti ai Detroit Pistons e nella “stagione dei record” la tripla doppia di Robertson viene quasi messa in secondo piano da Wilt Chamberlain che pensa di realizzare 100 punti in una partita contro i Knicks.

L’ironia degli dèi del basket però volle che a vincere il titolo alla fine non fossero lui o Robertson, ma Bill Russell e i suoi Celtics. Nelle successive 5 stagioni, costantemente chiuse con una tripla doppia di media, Robertson e i Royals non riescono ad essere i migliori della Lega solo perché esistono proprio Wilt Chamberlain e Bill Russell; il suo gioco però è fenomenale: è immarcabile grazie al suo originale movimento in fadeaway, presente a rimbalzo con una capacità di elevazione superiore alla media e dotato di grande visione di gioco. Robertson è tecnicamente il più forte giocatore della lega… “Tecnicamente”, appunto. Nel 1963 arriva anche una finale per il titolo, nemmeno a farlo apposta contro i Boston Celtics, nella cui gara decisiva Robertson mette a referto 43 punti ma deve arrendersi ad un Sam Jones irripetibile da addirittura 47. L’anno successivo, ancora Celtics, stavolta nelle finali di conference e ancora sconfitta per mano di Bill Russell.

Fino al 1969 si susseguono delusioni in post-season alternate a ottime prestazioni in regular. Robertson arriverà a mettere a referto addirittura 11.5 assist di media a gara, ma non arrivano titoli, ad eccezione di quelli dell’All-Star Game.

Kareem Abdul-Jabbar

Kareem Abdul-Jabbar, fenomenale in coppia con Oscar Robertson a Milwaukee

Nel 1969 i Royals steccano e mancano i playoff, scegliendo poi come capo allenatore addirittura Bob Cousy. Quest’ultimo sminuisce le potenzialità di Robertson e cerca di scambiarlo più volte perché di fatto non lo sopporta (probabilmente a causa del fatto che Robertson era riuscito a batterlo nel computo degli assist). Nel 1970 Robertson sembra essere concentrato su tutto meno che sulla pallacanestro giocata, infatti inizia una dura serie di processi che lo vedono opposto alla NBA per protesta verso quelle norme che limitavano la possibilità di un giocatore in scadenza di contratto di accasarsi ad un’altra squadra NBA (o ABA dato che ancora la fusione non era avvenuta). In pratica, in quella serie di processi “Robertson contro la National Basketball Association” venne inventata quella che noi oggi chiamiamo free-agency e senza la quale sarebbe impossibile fare mercato. Finalmente, dopo aver vinto la causa, Oscar Robertson è libero di accasarsi ai Milwaukee Bucks di Coach Costello e soprattutto di un promettente centro di nome Lew Alcindor, al secolo Kareem-Abdul Jabbar.

E’ l’anno buono.

Robertson si mette a disposizione di questa squadra giovane e talentuosa lasciando il ruolo di stella principale ad Alcindor, e dopo una regular season condita da ben 60 vittorie i Bucks arrivano ai Playoff come la squadra da battere. Liquidano in 5 partite i Warriors, poi i temibili Lakers di Wilt Chamberlain, non al meglio in quella serie, e infine i Baltimore Bullets in finale con un secco 4-0. Dopo anni di delusioni e critiche arriva per Robertson il meritato successo. Gli ultimi anni di carriera sembrano un poema epico: nel 1972-1973 dopo un’altra stagione da 60 vittorie i Bucks si scontrano in finale di conference ancora una volta con i Los Angeles Lakers di Wilt Chamberlain nella “Battle of the Giants”. Quella volta è Chamberlain a prevalere. Il 1973-1974 è l’ultimo anno di carriera per Robertson che in reagular season totalizza 59 successi e perde una sola partita ai playoff dopo aver spazzato via Lakers e Bulls. La finale, decisa a gara 7 ,dopo una splendida gara 5 vinta all’ultimo respiro dai Bucks grazie ad un gancio-cielo di Abdul-Jabbar, fu ancora una volta contro i Boston Celtics, stavolta guidati da John Havlicek da Dave Cowens e ancora una volta, Robertson uscì sconfitto.

Il suo nome è balzato agli onori di cronaca nell’ultimo anno proprio per merito di Russell Westbrook, ma Oscar Robertson viene spesso ricordato meno di quanto meriterebbe. Se un solo titolo ha infatti descritto in maniera insufficiente la carriera di un così grande giocatore, è pur vero che quello che ha fatto vedere sul campo è indelebile.

“The Big O” è un soprannome particolarmente azzeccato.



Ventisei anni, laureato in Lettere Moderne e specializzato in Storia, appassionato di svariati sport: Judo (che pratico), Basket (che ho praticato) e tifoso dei Boston Celtics, Calcio (che vedo solo a colori Rossoneri e Azzurri) e Tennis. Una volta morto vorrei copiare l'epitaffio della tomba di Califano: "Non escludo il ritorno"


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