Rucker Park, Harlem, New York

Streetball Coast to Coast (parte 1): Rucker Park, Harlem, New York

La pallacanestro è una malattia.

Mi spiego meglio: trentacinque giorni fa sono salito su un aereo per New York, la grande mela era per me solo la prima tappa di un viaggio Coast to Coast che mi ha portato ad attraversare posti straordinari in tutti gli Stati Uniti. E fino a qua niente di male.

Il punto è che quando una persona “normale” programma un viaggio di queste proporzioni in posti del genere si prepara un itinerario piuttosto dettagliato che, per quanto riguarda New York City, comprende sicuramente luoghi come Central Park, Times Square, Fifth Avenue, Brooklyn Bridge e chi più ne ha più ne metta.

La mia lista era però leggermente diversa. Recitava infatti: Rucker Park, The Cage e il playground all’interno di Central Park. Se a questo aggiungiamo che il mio bagaglio a mano era un pallone da basket e che l’ostello prenotato sei mesi prima di partire disponeva di un campetto regolamentare al suo interno forse iniziate a farvi un’idea di cosa intendevo all’inizio del pezzo.

Ma andiamo al dunque, una volta sbarcato a New York quindi la mia prima tappa non poteva essere che questa… Il Rucker Park.

Buttando una rapida occhiata alla mappa della metro di Manhattan raggiungere la 155th Street sembra un gioco da ragazzi, nella realtà invece la situazione è un pelino più particolare. La metro di per se è ovviamente semplicissima da utilizzare, basta infatti arrivare a una stazione di coincidenza con la linea B e prenderla in direzione nord. Mi ero ovviamente preparato all’ingresso in un quartiere ancora oggi difficile come quello di Harlem, ma allo stesso tempo la situazione in cui mi sono trovato una volta superato Central Park è stata decisamente particolare. Dal mio vagone hanno iniziato a scendere solo bianchi e a salire solo neri, a scendere solo bianchi e a salire solo neri… E così via per tre/quattro fermate fino alla fatidica 155th Street. Niente di male ovviamente, ma il pensiero di tutte le persone sul vagone mentre guardavano l’unico spilungone bianco, biondo e di 195cm sulla carrozza era abbastanza chiaro: “Ma questo dove diavolo sta andando? Il solito turista che si è perso”.

E invece no, capisco che per chi non condivide la nostra stessa passione il mio racconto possa sembrare quello di un mezzo pazzo, o almeno quello di un soggetto decisamente troppo in fissa, ma la mia destinazione era proprio là davanti a me… Il Rucker Park.

Il canestro e uno dei palazzoni di mattoni rossi circostanti, gli emblemi del Rucker Park.

Il canestro e uno dei palazzoni di mattoni rossi circostanti, gli emblemi del Rucker Park. Soggetto decisamente troppo in fissa, ma la mia metà era proprio lì a due passi dall’uscita della metro: finalmente ero al Rucker Park

Mi sono avviato verso l’ingresso con lo stesso entusiasmo di quello che avevamo da bambini quando ci svegliavamo all’alba il giorno di Natale. Harlem è ovviamente un quartiere con moltissimi ed evidenti problemi, ma appena uscito da sottoterra e nuovamente sotto al sole riuscivo soltanto a guardare quei palazzoni di mattoni rossi, i canestri che immaginavo da una vita e ovviamente quel cartello: “Holcombe Rucker Playground”.

Inutile aggiungere che mi sono finalmente infilato in quattro e quattr’otto le mie Nike, ho preso in mano il pallone e… Giocato finchè non mi hanno ceduto le braccia. Volendola sintetizzare la mia giornata è stata questa, ma l’esperienza al Rucker è stata molto molto di più.

Appena entrato ho infatti attaccato bottone con due appassionati pazzi come me, Adam e Raphaël, direttamente dalla Polonia e dalla Francia e arrivati anche loro per visitare il campetto dei propri sogni.

Non solo europei però, dopo pochissimo si sono avvicinati a noi Lucas, Trevor e Jared, tre ragazzi del quartiere che ci hanno sfidato a una partitella Europa vs Harlem. L’atmosfera che ho trovato al Rucker è stata persino migliore di quella che mi aspettavo, indubbiamente quella a cui puntava Holcombe Rucker quando creò il Rucker Tournament nel 1947 per portare i ragazzi di Harlem a giocare a basket e tenerli lontani dalla strada grazie alla pallacanestro. E’ infatti proprio questo quello che ci hanno raccontato i nostri avversari del posto tra un 3 vs 3 e l’altro, sottolineando l’importanza del playground, dei suoi tornei e del coinvolgimento di star NBA nella crescita di un quartiere come Harlem. Detto questo però non crediate che sia stato tutto baci e abbracci, per i ragazzi del posto il Rucker è casa propria e non esiste lasciar vincere dei “White boys from overseas” (ragazzi bianchi da oltreoceano). Non credo di aver mai preso tante botte in delle partite al campetto, che fossi a rimbalzo o in qualsiasi altra situazione il gioco nell’arco della giornata è stato estremamente fisico, ma allo stesso tempo incredibilmente divertente.

Per la cronaca, erano dei dannatissimi fenomeni. Di conseguenza non abbiamo vinto neanche una partita, ma l’esperienza resta assolutamente pazzesca. Dal luogo incredibilmente iconico all’atmosfera trovata, ma quello che più mi ha colpito è stato senza dubbio il realizzare che stavo tirando nei canestri in cui hanno segnato infinite volte giocatori del calibro di Kareem, Doctor J, Earl Manigault, Nate Archibald, Stephon Marbury, Kyrie Irving, Wilt Chamberlain e chi più ne ha più ne metta.

Ah, chiudo con un suggerimento scontato: cercate di non perdervi nella metro ad Harlem, il Rucker Park e la sua gente sono fenomenali ma sottoterra e poco più in là la situazione è decisamente diversa. Anche se fortunatamente senza conseguenze, purtroppo ne so qualcosa.

Stay tuned, da New York a Los Angeles i campetti di cui vi racconterò qualcosa sono ancora moltissimi!




Ventitreenne italoamericano diviso tra Firenze e Los Angeles e visceralmente innamorato della palla a spicchi. Ho sempre pensato che niente sarebbe mai stato come il Mamba, poi è arrivato LaVar Ball.


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