‘Bout the Culture – Episodio 2: Gli Shanghai Pandas e l’influenza cinese




‘Bout the Culture è una rubrica volta ad  approfondire non aspetti del gioco NBA in sé, bensì concetti, eventi, fenomeni sociali legati al mondo della pallacanestro americana. Di volta in volta andremo ad affrontare le più disparate tematiche, in modo simpatico e quanto più possibile esaustivo. Follow us, we’ll give you a knowledge!

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La pagina Wikipedia degli Shanghai Pandas, fornita gentilmente dal me stesso del futuro.

2030: Adam Silver -tuttora Commissioner- e Yao Ming -primo membro asiatico della Basketball Hall of Fame- annunciano in una conferenza stampa trasmessa in diretta globale da Shanghai, l’inizio di una nuova era, con l’assegnazione della prima franchigia d’oltreoceano: gli Shanghai Pandas (colori sociali bianco, nero e oro).  I diritti della nuova squadra li ha già comprati una cordata di investitori cino-americani, che fanno capo all’imprenditrice Rong Niu, un tempo conosciuta col nome d’arte di Red Panda. Come General Manager è stato assunto Yi Jianlian, che ha già ricoperto l’incarico per i Guangdong Tigers al termine della sua carriera cestistica, mentre ad allenare è stata chiamata un’altra vecchia conoscenza nella terra di Mao: Metta World Peace, che in Cina ha giocato e ci ha lasciato il cuore. Sulle canotte invece, verrà stampato il logo dello sponsor principale della neonata franchigia, vale a dire Suning Commerce Group, che dopo i fallimenti nel calcio ha deciso di investire i propri capitali in un ambito più produttivo.

“Ma come c***o ci siamo arrivati a una franchigia in Cina?”

cit. Io, rivolto al me del futuro tornato indietro nel tempo per darmi i risultati delle schedine da giocare e diventare ricco.

Ho bisogno di capirci di più e nell’analizzare la situazione ho deciso di cominciare dal principio.

I primi contatti delle popolazioni cinesi con quello che è considerato universalmente “The better place on Earth (or at least in North America)” risalgono alla fine del 1700, quando i primi migranti approdano in quella che oggi è la California -al tempo ancora sotto l’egida dei reali di Spagna- mentre è solo intorno alla metà dell’Ottocento che si hanno le prime contaminazioni con gli USA. Al tempo, gli States sono una fiorente confederazione che, partendo dalla East Coast dove si stanziano le tredici colonie, hanno pian piano espanso i loro orizzonti verso il Selvaggio West, come un tumore della pelle che via via si ingrandisce senza possibilità di recesso. Gli stati ad ovest del Mississippi sono ancora in fase di assestamento: è il periodo pre-guerra di secessione, quello dei gold diggers, dei cowboys e della schiavitù come pratica comune nei confronti di chi non ha la pelle bianca. Gli schiavi dall’Africa vanno per la maggiore ad est, essendo più facile importarli lungo le vie dell’Atlantico, ma per la costa ovest è scomodo. La strada più ovvia da percorrere è perciò quella di trovarli da un’altra parte e la Cina (dilaniata dalle guerre dell’oppio) è praticamente un discount per anime lavoratrici: con il solito senso di libertà e democrazia perciò, gli statunitensi attraversano il Pacifico, comprano una cosa come 300.000 Chink (il termine dispregiativo con cui negli States ci si riferisce alle persone di etnia cinese) in poco più di dieci anni e offrono loro l’opportunità di rendere grande l’America scavando nelle loro miniere d’oro e costruendo la Transcontinental Railroad, una ferrovia lunga più di 3000 km che collega la baia di Oakland, California ad Omaha in Nebraska.

Il bis-bisnonno di Jeremy Lin mentre viene malmenato dal bis-bisnonno di JJ Redick.

Una volta terminata la guerra e abolita la schiavitù, i cinesi -che da sempre sono un popolo intraprendente- iniziano a stabilirsi come parte integrante del connettivo sociale statunitense, a moltiplicarsi -soprattutto grazie ad una massiccia ondata di immigrazione dalla povera terra natìa- e di conseguenza a risultare sgraditi agli americani. Per ovviare a questo problema iniziano a venire istituiti in tutte le metropoli dei veri e propri ghetti chiamati Chinatowns, che però servono a ben poco. I moti anti cinesi continuano per un decennio e nel 1882, il Congresso vara il Chinese Exclusion Act una vera e propria diffida che impedisce l’immigrazione entro i confini americani di individui di etnia cinese, precursore dell’Immigration Act del 1924, un emendamento che invece allarga questo divieto anche ad africani e asiatici in generale, con forti restrizioni pure nei confronti di europei e italiani (che europei al tempo non erano considerati, al pari di slavi ed ebrei).

Nei sessant’anni successivi i cinesi continuano a venire trattati come l’ultima ruota del carro e per una vera e propria svolta nel riconoscimento dei loro diritti di cittadini americani -la quasi totalità dei cinesi allora non aveva ancora ottenuto la cittadinanza, nonostante fossero magari arrivati alla quarta o anche quinta generazione di discendenti dei primi immigrati negli USA- si deve aspettare il 17 dicembre 1943, data della ratifica del Magnuson Act, un documento che abbatteva finalmente le barriere all’immigrazione (anche a causa della massiccia fuga degli ebrei dall’Europa) e solo nel 1952, a settant’anni di distanza dal C.E.A., ai cino-americani viene riconosciuta la cittadinanza, attraverso la prima naturalizzazione di massa della storia degli Stati Uniti d’America sin dai tempi della loro istituzione.

Forrest Gump mentre fa la storia.

Negli anni successivi, mentre Bruce Lee nelle sale dei cinema incarna gli ideali della cultura cinese secondo gli americani, il Congresso degli Stati Uniti, che aveva tagliato i rapporti con tutti i regimi comunisti -tra cui anche la Cina- apre uno spiraglio di comunicazione con il Governo cinese grazie allo sport: nel 1971 infatti, avviene il primo di una serie di incontri di ping pong tra le rappresentative di Cina e Stati Uniti, specchietto per le allodole per una serie di negoziazioni tra i ministri degli esteri dei due paesi, culminata con la visita di Richard Nixon in Cina l’anno successivo. Proprio questo potrebbe essere il punto decisivo che decreta l’inizio della fine del Blocco sovietico, oltre che l’inizio di un duopolio economico che perdura tuttora e che è strettamente interconnesso con il motivo per cui in Cina, tra dodici anni, verrà probabilmente fondata una franchigia NBA.

Oggi, la Cina possiede il 10,8% del debito pubblico americano -è il secondo creditore di beni del tesoro statunitensi dietro al solo Giappone- ed ha iniziato a competere in qualsiasi campo di produzione economica diventando il primo paese al mondo per esportazione di beni. In un mondo cosmopolita e globalizzato però, nonostante i tentativi del governo cinese di limitare l’eccessiva occidentalizzazione del proprio popolo -con interventi ad hoc quali la creazione di una rete di siti internet su misura per la Cina– non tutti i fattori in gioco possono essere considerati e dove la politica divide, lo sport aggrega: il basket più degli altri.

Wang Zhizhi e Yao Ming.

Secondo un articolo pubblicato a fine settembre 2017 dal giornalista Andrew McNicol sul South China Morning Post infatti, ad oggi l’NBA è il campionato sportivo più seguito online in Cina. Questo traguardo è ovviamente merito anche della Lega stessa, che si è ritagliata il suo spazio in un mercato pressoché vergine, cavalcando l’onda partita all’inizio di questo millennio, quando una nuova generazione di cestisti con gli occhi a mandorla ha deciso di provare ad intraprendere una carriera oltreoceano: se il primo in ordine cronologico è stato Wang Zhizhi, il più importante non può che essere Yao Ming, vero propulsore di una nuova cultura cestistica nelle terre a sud della Grande Muraglia che si è diffusa a macchia d’olio con una rapidità esponenziale.

Adam Silver e David Shoemaker -responsabile capo di NBA China- hanno saputo fare le giuste mosse coi giusti tempi: l’affare che ha segnato la svolta è stato l’accordo nel 2015 col colosso cinese delle infrastrutture tecnologiche Tencent, che per i meno informati è la quinta società informatica al mondo per valore quotato in borsa (a fine 2017 era quotata 530 miliardi di dollari, unica società asiatica nella top 5), del valore di 500 milioni di dollari -il più oneroso che la Lega abbia mai stipulato- che prevedeva la totale gestione dei diritti di trasmissione delle partite NBA in Cina da parte di Tencent. Nessuna delle due aziende si sarebbe immaginata risultati tanto eclatanti: Tencent ha incrementato del 66% le visite sui portali di basket attraverso cui trasmetteva i match, mentre NBA ha raddoppiato in un solo anno le views globali alle dirette delle partite. Durante i soli playoff 2017 gli stream e video offerti da Tencent sulle sue varie piattaforme hanno totalizzato 2,9 miliardi di views, di cui 200 milioni per le Finals.

Discretamente figa dai.

La NBA, da qualche anno, ha pure iniziato a produrre eventi e oggetti di merchandising dedicati esclusivamente al pubblico cinese, con un modus operandi peraltro già collaudato in altri contesti, come per esempio le Latin Nights. Ne sono un esempio le divise di alcune franchigie -su tutte Golden State Warriors, non a caso dato che nella zona della baia la percentuale di abitanti di etnia cinese supera il 10% e gli Houston Rockets, per i quali non serve vi spieghi il motivo- e l’ormai immancabile appuntamento del Chinese New Year Celebration, un vero e proprio show all’interno della partita dedicato alla cultura cinese, in concomitanza con i festeggiamenti del Capodanno Cinese. Numerosi sono anche i tour di partite disputate in Cina durante la preseason e non sarebbe da stupirsi se, negli anni a venire, venissero organizzati dei Global Games durante la stagione regolare anche a Shanghai -per dirne una- sul modello di quanto già si fa a Londra o Città del Messico.

Ovviamente, al profumo dei soldi cinesi non sono immuni nemmeno i giocatori. Molti infatti, non ricevendo i contratti sperati con i brand più canonici come Adidas o Nike -che comunque organizzano durante l’offseason numerosi meeting e tour promozionali nelle maggiori metropoli della Cina- hanno deciso di compiere il grande balzo decidendo di farsi sponsorizzare da marchi decisamente più anticonvenzionali e meno conosciuti, ovviamente di provenienza cinese: ecco quindi le LiNing × Dwyane Wade, le Anta boosted by Klay Thompson, e le Peak Delly di Matthew Dellavedova; solo per citarne alcuni. Tanti sono anche coloro che venendo scartati dall’NBA hanno iniziato a preferire un contratto nella CBA -maggior campionato cinese di pallacanestro- piuttosto che tentare fortuna in Europa, dove il livello è più alto sì, ma con molta più concorrenza e una paga alle volte anche più bassa.

Shut up and take my money!

È innegabile l’influenza che il mercato cinese stia esercitando sull’NBA, ma fin dove potrà spingersi? Se è vero che i tifosi orientali sono l’esasperazione della fetta maggioritaria di fans americani che vedono lo sport più come uno spettacolo che come mera competizione -una filosofia non molto condivisa in Europa- è anche vero che la cultura per la pallacanestro vista in un certo modo, in Cina fa risalire le proprie radici a non più di venticinque anni fa. È pertanto plausibile che in un lasso di tempo di dodici anni, questa terra -così paradossalmente vicina e lontana culturalmente agli Stati Uniti- possa arrivare ad ospitare una franchigia della NBA, l’istituzione massima dello sport made in USA? Silver è davvero così disposto a modificare il volto della Lega pur di espandere sino a tal punto il brand NBA? A detta del me stesso trentatreenne rimarrò col dubbio per un’altra decina d’anni abbondante pensando che sia una cazzata, però almeno intanto un’idea me la sono fatta.



'96 'til infinity. Studente di Comunicazione all'Università di Padova. Tifoso dei Milwaukee Bucks e della Reyer Venezia. Mematore professionista e amante delle arti. Colleziono jerseys, snapbacks, dischi e delusioni.


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