‘Bout the Culture – Episodio 1: 23 is the magic number




‘Bout the Culture è una rubrica volta ad approfondire non aspetti del gioco NBA in sè, ma piuttosto concetti, eventi, fenomeni sociali legati al mondo della pallacanestro americana. Di volta in volta andremo ad affrontare le più disparate tematiche, in modo simpatico e quanto più possibile esaustivo. Follow us, we’ll give you a knowledge!

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Fissate la vostra mente per un secondo sul mondo della pallacanestro e provate a dire il primo numero che vi venga in mente pensando ad essa: se il numero in questione non è 23 state mentendo. Non è un fatto di essere fag o di dover dimostrare qualcosa, e ovviamente potreste benissimo contraddirmi, ma il numero 23 rappresenta una costante (nel bene e nel male) nell’immaginario collettivo dei tifosi di pallacanestro che non può lasciare indifferenti. Potremmo dire che il 23 sta al basket come il 10 sta al calcio, usando un paragone scontato e abbastanza generalista, ma la verità è che le ragioni per cui questi due numeri sono così simbolici per i tifosi dei due sport mi fanno ritenere che l’equazione non sia così azzeccata.

La nascita del mito

Jordan all’High School

Leggenda narra che Michael Jordan scelse il 23 durante il suo secondo anno di High School (al primo anno non fece parte della squadra a causa delle preferenze che la scuola riservava agli studenti più grandi). Il numero preferito di MJ era il 45, come la maglia di suo fratello Larry e lui, con la tipica mentalità di un ragazzino di 13 anni, decise di prendere quel 45 e dividerlo per due, arrotondando per eccesso un 22,5 impossibile da mettere sulla divisa da gioco. Una volta che suo fratello fu diplomato lui optò per conservare il numero a cui si era ormai affezionato e che avrebbe vestito perpetuamente durante la sua carriera (n.d.r. ad eccezione della stagione 1995-96 quando scelse di vestire proprio il 45, salvo tornare sui suoi passi). Con quella maglia Jordan ha vinto tutto e su quelle due cifre ha costruito il brand che prende il suo nome, e che ad oggi è uno dei più conosciuti marchi di streetwear e sportswear al mondo: si può quindi senza problemi affermare che il mito del 23 sia nato con Jordan.

His Airness però non fu il primo giocatore in NBA a rendere onore al fatidico numero di casacca: secondo un approfondito studio svolto da me medesimo con l’ausilio del sito basketball-reference.com, tra il 1946 (anno d’istituzione della NBA) e il 1984 (anno in cui Jordan venne draftato), ben 106 giocatori vestirono lo stesso numero. Di questi però solo 22 per un lasso di tempo di almeno tre stagioni e solo 3 inclusi nella Basketball Hall of Fame.

Continua la leggenda

Tra quelli che sono venuti dopo invece, molti hanno dichiarato di aver preso quella maglia per onorare il loro giocatore preferito, e nel 99,9% dei casi non si tratta di Calvin Murphy o di Frank Ramsey. Ovviamente non serve che vi dica io il nome del principale erede di MJ come portabandiera del #23 Club, anche perché le discussioni su chi sia più forte tra Jordan e Sua Maestà, LeBron James, il più delle volte si sprecano andando a cadere in futili argomentazioni di record infranti, titoli vinti e finali perse che lasciano il tempo che trovano, sia che a farli siano comuni tifosi di pallacanestro su Internet, sia che siano degli addetti ai lavori in uno studio televisivo. La realtà, quasi grottesca, è che senza Jordan non avremmo probabilmente avuto James: il ragazzo prodigio uscito dal ghetto di Akron, cresciuto con il desiderio di diventare il più grande e la consapevolezza di poterlo fare, idealizzando il padre mai conosciuto in chi il più grande lo era già, prendendolo come punto di riferimento e modello per essere qualcuno.

What if…

Il problema di questa bella storia è che una volta che sei in cima è dura cedere il posto: forse per questo Jordan ha a più riprese, nel corso degli anni, espresso il suo sfavore nei confronti di LeBron. Un giudizio che il Re ha sempre tenuto da conto, lavorando per migliorarsi e superare chi per lui è stato la guida da seguire per perseguire la redenzione. Quando poi James nel 2009 dichiarò che avrebbe lasciato il numero 23 perché nessuno dovrebbe considerarsi degno di portare un tale fardello, appena prima della Decision 1.0 che lo avrebbe portato a vestire la #6 (2×3, che fantasia) a Miami –dove per forza di cose non avrebbe potuto indossare la stessa casacca dato che agli Heat fu ritirata in onore proprio di Jordan- i nostalgici degli anni ’90 non avrebbero potuto far altro che festeggiare la vittoria del loro beneamato GOAT. Bad luck: James va a Miami, vince due anelli in quattro anni per poi tornare come un figliol prodigo ai Cavs a vestire quel 23 che riteneva così pesante, contendendosi il titolo per tre anni di fila a stagioni alterne contro quella che, per gioco espresso, coesione e talento individuale, più si avvicina a poter essere definita come “la squadra più forte della storia”.

Put your hands up for the 23!

Quell’anello vinto a Cleveland non varrà in termini materiali i due three-peat di Jordan, ma l’urlo “Cleveland, this is for you!” nell’immaginario collettivo è sicuramente alla pari del sigaro di Jordan dopo le Finals del 1998: alla fine, anche se magari James non avrà mai il numero di titoli del suo beniamino, egli ha sicuramente ispirato una generazione di giovani appassionati proprio come chi è venuto prima di lui. Di questa generazione per esempio fa parte Anthony Davis, che il 23 lo veste per LeBron, suo giocatore preferito da quando era bambino, al contrario di quanto si possa pensare essendo il Monociglio un nativo di Chicago. Durante questa stagione in particolare poi, il 23 ha iniziato a coprire le spalle di parecchi giocatori tra i più forti nella Lega, aumentando attorno a sé un alone di misticismo e hype. Tra coloro che han deciso di portarlo infatti, troviamo -oltre al già citato Davis e a Draymond Green che la vestono dal loro approdo in NBA- anche altri giocatori di caratura All-Star (o quasi) come Jimmy Butler (che ai Bulls non poteva indossarla), Lou Williams e, ultimo per ordine di tempo, Blake Griffin, che ha annunciato il cambio di numero dopo la trade che l’ha portato ai Pistons.

Per farvi capire il livello di invasamento.

Per molti tifosi il 23 è praticamente una religione, con i suoi fondamenti, i suoi preconcetti e le sue divisioni interne: c’è gente cresciuta con questo mantra, ed è giusto che sia così, è giusto che questo numero sia ricorrente, che figuri sulle canotte taroccate che vendono i commercianti al mercato, che ci siano minors con la presunzione di indossarlo per dimostrare di essere l’uomo franchigia agli avversari nel campionato UISP, che la gente se lo tatui, che venga associato non solo ad un giocatore (o a una ristretta schiera di giocatori) ma alla pallacanestro tutta, perché l’unica cosa che accomuna ognuna di queste persone, dal tifoso di Chicago ormai quarantenne che venticinque anni fa vide trionfare i Bulls per la prima volta al Chicago Stadium, al ragazzino italiano che si appresta oggi a seguire il basket e che commenta ogni post su SPAZIO NBA, è l’amore incondizionato per la palla a spicchi.

Ecco perché il 23 è importante. Anzi, fondamentale.

Onestamente, credo che quando nel giorno dell’addio al gioco di LeBron qualcuno proporrà ancora una volta di ritirare il 23 da tutte le trenta franchigie (come successo col 99 di Wayne Gretzky nella National Hockey League), la Lega debba dire no. Una NBA senza un singolo giocatore a portare fieramente il numero 23 sarebbe molto triste, peccherebbe di romanticismo, di quel qualcosa che rende poetico uno sport che fa delle piccole cose il suo marchio di fabbrica. Ci saranno sempre altri numeri che susciteranno emozioni negli appassionati, cifre ricorrenti che rappresenteranno eventi, personaggi, storie. Ma vi posso certamente assicurare che – rielaborando un concetto espresso da un noto giornalista sportivo italiano qualche anno fa – non ci sarà mai e poi mai, per la pallacanestro, un numero importante come il 23.



'96 'til infinity. Studente di Comunicazione all'Università di Padova. Tifoso dei Milwaukee Bucks e della Reyer Venezia. Mematore professionista e amante delle arti. Colleziono jerseys, snapbacks, dischi e delusioni.


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