Bob Cousy e Red Auerbach

#TipOffTales – Bob Cousy, un illusionista al Garden

“Coach!”

“Che c’è?”

“Se per fare il passaggio faccio passare la palla dietro la schiena va bene?”

“Te la puoi anche far passare dal culo, basta che arrivi dove deve arrivare, Cousy.”

Raccontando Bill Russell, Federico Buffa riportò questo colorito dialogo tra Red Auerbach e il protagonista della nostra storia: Robert “Bob” Cousy. Dovrebbe essere una storia in bianco e nero da prima metà del ‘900 e invece ci troveremo a parlare di colori: il bianco e il verde dei Boston Celtics e tutti quelli che lui ha dipinto sulla tela legnosa dei campi da basket che ha calcato.

Bob Cousy nasce nel 1928, il 9 di Agosto. Viene da una famiglia di immigrati francesi: il padre è Joseph Cousy, veterano della prima guerra mondiale arruolato però dalla parte dei tedeschi (veniva dalla zona dell’Alsazia-Lorena da sempre contesa dalle due nazioni) reinventatosi tassista a New York; e la madre Julie Corlet che è un’ insegnante. Poco dopo la nascita, la sua famiglia a causa della Grande Depressione è costretta a trasferirsi nel Queens. Il bambino cresce in un ambiente che gli sarà molto utile: gira per la strada, frequenta regolarmente afroamericani, ispanici, ebrei e asiatici (colori, appunto); gioca costantemente a stickball (baseball con i manici di scopa). E’ creativo, energico e ansioso di esprimere se stesso nel movimento. Serve uno sport e allora, per caso, modalità con la quale nascono tutti i più grandi amori, si trova alla St. Pascal’s Elementary School e gironzola nel campetto da Basket della scuola durante l’intervallo di una partita e qualcuno gli mette un pallone in mano.

Bob Cousy, Boston Celtics

Bob Cousy sulla copertina di Sports Illustrated, 16 Gennaio 1961.

E’ qualcosa di mistico: sembra che siano la palla ed il canestro a cercare lui e non il contrario. Più tardi raccontò: “Non avevo mai tenuto in pallone da basket in mano ma dopo la prima volta fui letteralmente rapito.” E’ vero: una delle prime cose che fa è cercare di entrare in due squadre di basket. La prima volta alla Andrew Jackson e la seconda alla St.Albans nei Lindens, squadra di lega dilettantistica giocando per la quale riprovò ad entrare alla Andre Jackson. Tutte e due le volte lo tagliano. Lui però, ha la percezione che quello sarà il suo destino e che il basket sarà la sua vita. A volte la vita riserva delle strane sorprese: Bob si arrampicò su di un albero, il ramo si spezzò, lui cadde e si fratturò il polso destro. Anziché smettere di palleggiare, iniziò a farlo con la sinistra, e senza nemmeno accorgersene diventò ambidestro. Nelle partite coi Lindens, ebbe modo di utilizzare spesso queste sue nuove abilità e di farsi notare dallo staff della Andrew Jackson che prima lo invitò ad unirsi alla squadra B e poi lo fece passare diretto al Junior Varsity dato l’enorme talento mostrato dal ragazzo che fallisce il test di cittadinanza (era figlio di immigrati francesi e imparò l’inglese dopo i 5 anni di età) e si presenta in campo 6 mesi dopo, infilando 28 punti alla prima partita. Non ha in mente di diventare un professionista all’inizio, ma quando si rende conto che qualcuno lassù lo ha dotato della capacità di vedere cose che non esistono, decide che quello sarà il suo scopo.

La tappa successiva è il College. Non sopporta più New York, è troppo curioso e vuole vedere altri posti, e vuole anche andare in un posto che abbia delle strutture adeguate. La risposta alla sue esigenze si chiama Worcester, e nello specifico, College of The Holy Cross. Siamo a Boston e da quelle parti sono cattolici ferventi, come si intuisce anche dal nome, ma dopo aver conosciuto Cousy ed aver visto quali fossero le sue capacità, a Worcester si convertirono al paganesimo. Allena in zona tale Alvin Julian detto “Doggie”, fanatico del basket tradizionale lento e giocato canonicamente e inventore di un sistema di rotazioni che permetteva a tutti i suoi ragazzi di avere un buon minutaggio. Cousy è il più talentuoso ma nonostante ciò deve sottostare anche lui alle regole, e il rapporto con Julian non decolla mai. Al suo primo anno è il terzo giocatore per punti segnati e vince una finale NCAA giocata a New York contro Oklahoma. Nonostante questo, Julian non lo fa giocare e Cousy scrive una lettera a Joe Lapchick, allenatore di St.John’s a New York, dicendogli che vuole trasferirsi lì. Lapchick lo dissuade e Cousy resta dov’è. Fa bene: il pubblico lo vuole in campo e ogni volta che entra fa il suo. Contro Loyola of Chicago entra in campo verso la fine e mette a segno 11 punti. Quell’anno però il titolo non arriva perché a fermarlo c’è North Carolina. La cosa positiva è che il Draft della NBA è vicino.

Bob Cousy e Bill Russell, Boston Celtics

Bob Cousy e Bill Russell, gli emblemi di una generazione di titoli targata Boston Celtics.

E’ l’anno 1950, e a Boston tutti vorrebbero vedere l’eroe del college basket locale giocare per i Celtics… Tutti tranne Red Auerbach. L’allenatore è convinto infatti che per risolvere il problema delle vittorie che mancano, sia necessario avere peso sotto canestro e allora decide di prendere con la prima scelta Charlie Share, un centro particolarmente fisico. Tutti protestano e Auerbach con la sua solita pacatezza risponde: “Devo vincere o devo far felici i bifolchi?”. Cousy viene allora scelto dai Chicago Stags che però, poco tempo dopo, dichiarano la bancarotta. Tutti i giocatori vengono di fatto “messi all’asta” e l’NBA organizza un Dispensal Draft che permette ai Celtics di scegliere Cousy in mezzo allo scetticismo generale di Aeurbach e della dirigenza dei Celtics che ancora non realizzavano di aver appena preso non un giocatore, bensì un artista. Già al secondo anno di Celtics, dopo aver impressionato nel primo, Cousy viaggia ad una media di 21.7 punti e 6.7 assist a partita. L’assist è la sintesi del suo gioco: nel suo sistema mentale è possibile fare assist senza guardare e con le mani dietro la schiena; vede angoli di passaggio dove gli altri non riescono ed è un giocatore imprevedibile e di un’efficacia estrema. Boston però soffre sotto canestro e le svariate serie dei playoff perse contro i Knicks e i Syracuse Nationals stanno lì a testimoniarlo. Il titolo non arriva mai, ma Cousy è il giocatore più rappresentativo della NBA: anarchico e spregiudicato come quegli anni ’50 in cui cambia l’America e cambia il mondo. Nell’estate del 1956 Auerbach fa la mossa decisiva: sotto canestro viene scelto per giocare nella posizione di centro un certo Bill Russell. Nella stessa squadra si trovano in quel momento: l’allenatore più visionario della NBA, il miglior passatore della lega nonché il giocatore più creativo (per giunta All-Star nel 1954) e quello che sarà poi il centro più dominante di tutti i tempi. Non poteva che venir fuori qualcosa di meraviglioso.

I Celtics vincono così il primo titolo in faccia agli Atlanta Hawks di Pettit. Nel 1957-1958 i Celtics non vincono solo perché Russell si infortuna e l’anno successivo asfaltano i Minneapolis Lakers 4-0, dopo che Cousy in una partita di Regular Season contro di loro aveva scodellato ben 28 assist, record rimasto intatto per anni. E’ titolo anche quell’anno, sempre contro gli Atlanta Hawks e si vince per 4-3. Cousy vincerà titoli anche nel ’61, nel ’62 e nel ’63. Gli ultimi 3 anni della sua carriera lo vedono cedere sempre di più il posto di leader della squadra a Bill Russell, ma giocare ancora più che dignitosamente. Nel 1963, anno del suo ritiro viene onorato dai tifosi del Boston Garden con 20 minuti di applausi dopo la sua ultima partita di Regular Season, prima di andare a giocarsi la finale contro i Los Angeles Lakers. In gara 6 si sloga una caviglia ma anziché ritirarsi nello spogliatoio torna in campo solo per incitare i suoi compagni su una gamba sola. La serie era sul 3-2 fino al momento della sirena finale che concluse il match col risultato di 112-109 per i Celtics, ancora una volta campioni.

Dopo il basket decide di fare l’allenatore con buoni risultati e accetta un breve contratto coi Cincinnati Royals a 41 anni più che altro per motivi economici. Se le sue gesta sul parquet sono note, meno conosciuta è la sua personalità. Ricordate il discorso sui colori? Bene. In America, il nero negli anni ’50 e ’60 non andava di moda, ma nonostante questo Cousy sputò letteralmente in faccia al “buon senso comune” (nell’accezione più odiosa del termine) accettando di condividere un viaggio su di un treno notturno assieme a Chucky Cooper, il primo giocatore afroamericano ad essere scelto al Draft perché gli era stata negata una stanza d’albergo per restare a riposare in North Carolina. “Se la stanza lui non ce l’ha, non la voglio nemmeno io” avrà pensato. E’ stato impegnato nella promozione dell’Associazione Giocatori che aveva il compito di tutelare la professione e i diritti dei cestisti della NBA e che oggi è un’istituzione importantissima nel mondo del basket americano. La vita di Cousy è stata segnata non solo dai colori ma anche dalle emozioni, in modo particolare dall’amore per la sua amata moglie Missie. Tre anni fa ha raccontato la vicenda della malattia di Missie, morta 12 anni prima, all’età di 63 anni a causa di una demenza senile precoce. Nonostante fosse sconvolto dal vedere la moglie in costante peggioramento, ha costruito una routine quotidiana che servisse a farla sentire bene, come se non avesse alcuna malattia: faceva portare la sua auto nella loro casa per le vacanze estive facendole credere che era stata lei a guidare, piantava dei fiori finti in giardino facendogli credere che era lei a prendersene cura e tutte le mattine leggeva insieme a lei il giornale che amava sottolineare con la sua penna nera. Ha 88 anni ora.

Con il senno di poi, Bob Cousy ha creato illusioni e lo ha fatto sempre per amore, del basket prima e dei suoi cari poi. E in questo sta tutta la differenza tra un uomo e un semplice giocatore.



Ventisei anni, laureato in Lettere Moderne e specializzato in Storia, appassionato di svariati sport: Judo (che pratico), Basket (che ho praticato) e tifoso dei Boston Celtics, Calcio (che vedo solo a colori Rossoneri e Azzurri) e Tennis. Una volta morto vorrei copiare l'epitaffio della tomba di Califano: "Non escludo il ritorno"


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