Davide Barco illustration

ESCLUSIVA NBAREVOLUTION – Around the NBA: intervista all’illustratore Davide Barco




Per ogni bambino appassionato di NBA il sogno è sempre stato quello di poter un giorno far parte di quello sfavillante mondo dove spettacolo, magia e ritualismo si intrecciano su parquet calcati da giganti vestiti di canottiere variopinte, che si fronteggiano alla stregua di antichi guerrieri. Con il passare degli anni però, il sogno si allontana sempre più: crescendo la vita si fa più complessa, i canestri si alzano, le preoccupazioni e gli impegni pure, e d’un tratto capisci che la speranza di ritagliarti un ruolo nella Lega più famosa al mondo si fa sempre più fioca, fino a spegnersi irrimediabilmente, costringendoti a prender parte a risse da locanda, più che a epiche battaglie.

Alcuni però quella speranza la coltivano per tutta la vita andando avanti, reinventandosi e sapendo cogliere il momento opportuno, fino a che il destino e la perseveranza non li mettano nella condizione di riuscire a prendersi quello che hanno sempre voluto: una possibilità da sfruttare.

Ed è ciò che ha fatto Davide Barco, grafico trentenne di origine veneta (ma trapiantato a Milano da molti anni), malato di basket americano che con sacrificio e dedizione è arrivato a unire le sue due più grandi passioni: il disegno e l’NBA. L’ho incontrato proprio a Milano per porgli qualche domanda sul suo lavoro e, in particolare, sulla sua collaborazione con la National Basketball Association.

Ecco a voi l’intervista.

Allora Davide, innanzitutto, come è nata la tua passione per il disegno e in particolare per la grafica?

D: Quella per il disegno è una passione che ho sin da bimbo. Mio nonno ai tempi era molto bravo a disegnare ma non ha mai preso seriamente l’idea di sviluppare questa passione. Stessa cosa mio papà, tant’è che lui voleva fare l’Istituto d’arte ma per una serie di fattori decise di ripiegare su un altro indirizzo, salvo poi mollare la scuola e andare a lavorare. In realtà sono un po’ la pecora nera della famiglia, non avendo seguito quella che è l’impresa familiare – la costruzione di telai di biciclette, campo in cui sono molto stimati – ma non avendo ricevuto nessun tipo di pressione, ho deciso di coltivare la passione per il disegno facendo l’Istituto d’arte con indirizzo di Grafica pubblicitaria, cui ha seguito un corso di programmi grafici prima di fare il salto e trasferirmi a Milano per frequentare lo IED, che al tempo era molto più improntato sulla pubblicità. Comunque la passione del disegno (a mano libera) l’ho sempre portata avanti: per esempio, a differenza di altri Art Director, io ho sempre creato da me i miei storyboard, proprio perché era una cosa che mi divertiva.

E successivamente cosa ti ha portato dallo IED a fare il salto per diventare un grafico sportivo freelance?

back-to-back-to-back, illustrazione di Davide pubblicata sul NY Times per un articolo che evidenziava le differenze tra i B2B negli anni ’70 e oggi

D: In realtà per pura casualità, ma tornando indietro rifarei esattamente gli stessi step. Personalmente mi considero un animale socievole e stare in agenzia pubblicitaria non era affatto un problema, anzi, anche perché comunque le agenzie creative non sono posti da giacca e cravatta. Allo stesso tempo però ero stanco del modus operandi “italiano”, anche se in realtà non sarebbe giusto generalizzare. Essendo fissato con gli Stati Uniti, a un certo punto non c’era alternativa che io potessi andarci se non facendomi coraggio, rassegnando le mie dimissioni dall’agenzia e, con quel pizzico di arroganza che secondo me ci vuole in tutto, partendo per New York. Inizialmente ho fatto un viaggio di ricognizione di un mese, girando per le agenzie e presentandomi come art director pubblicitario, mostrando le campagne che avevo già svolto nei miei primi anni di lavoro a Milano. Il problema è che, mentre negli States la comunicazione e la pubblicità sono in continua evoluzione, in Italia il mercato creativo a livello imprenditoriale si ferma nel migliore dei casi agli anni ’80. Ovviamente influiscono vari fattori, ma i picchi che raggiungono lì non sono minimamente comparabili con i nostri. Nessuna agenzia mi ha offerto un contratto, se non a titolo gratuito, per cui non potendo mantenermi lì sono tornato a casa a mani completamente vuote. Rientrato in Italia ero senza lavoro e dovendo pagarmi le bollette ho iniziato a lavorare come art director freelance, anche grazie alle conoscenze che avevo acquisito negli anni. Poi un giorno, stavo guardando una partita NBA e sentendomi molto ispirato ho iniziato a fare una grafica sul tema, a cui poi se ne sono aggiunte molte altre: non vorrei fare l’artistoide, ma la sentivo quasi come un’esigenza. Guardavo ogni partita cercando di cogliere la scintilla, un po’ dal gioco e un po’ da ciò che dicevano i cronisti, tutto per puro piacere personale.

E come è nata quindi la tua passione per l’NBA?

D: Essendo cresciuto in un paesino calciocentrico della provincia di Padova, il basket inizialmente non era la mia prima scelta. Un bel giorno venne a scuola un signore che voleva proporci di iscriverci al minibasket e quella è stata una folgorazione, sfociata poi quasi in malattia. Crescendo mi sono appassionato all’America, allo stile americano e al gioco dell’NBA che era più atletico e spettacolare di quello europeo. I fondamentali che insegnavano a basket li ho imparati anche io ma ero più uno da gioco spettacolo e crossover alla Allen Iverson [ndr. ride], avevo la fissa di dover far cadere il giocatore che mi marcava, mi piaceva proprio. Finita la scuola poi ero sempre al campetto e se mia mamma doveva punirmi sapeva che bastava togliermi il basket.

Per cui iniziando così, sei arrivato a collaborare con NBA.

D: Sì, quattro anni dopo, per le Finals 2016. È stata un’enorme soddisfazione perché da piccolo ovviamente il sogno era di firmare per una squadra NBA e, non sarà proprio la stessa cosa, ma io ho firmato un contratto col logo NBA piazzato sopra! [ndr. ride]

La più emblematica della serie di illustrazioni create per le NBA Finals 2016 tra Cavaliers e Warriors

E come è successo?

D: Sono stato contattato da loro. Inizialmente avevo anche provato a farmi spazio mandandogli dei lavori e facendo un colloquio a Londra presso la sede di NBA Europe per presentargli un progetto che avevo, ma sostanzialmente m’hanno chiuso la porta in faccia. Purtroppo, essendo il mondo della NBA quasi un franchising, a meno che non interessi a loro qualche tuo lavoro o iniziativa, l’unico modo per metterci il logo è pagare le royalties, altrimenti nemmeno ti badano.

E invece come è nata la collaborazione col New York Times?

D: Diciamo che me la sono andata a prendere, come la maggior parte dei lavori che mi hanno commissionato. Il New York Times è una realtà enorme: il mondo vuole lavorare per loro e il mondo ci lavora, per cui mandandogli una mail la possibilità di venire preso è alta almeno quanto quella di essere scartato. Per un periodo li ho quasi stalkerati senza avere mai una risposta, poi, durante il mio secondo viaggio a New York, venni contattato un po’ a sorpresa dal Washington Post, che mi commissionò un’illustrazione da mandare in copertina per Gara 7 delle semifinali di Conference della NHL tra NY Rangers e i Capitals. Mi disse che mi avrebbe pagato solo nel caso i Caps avessero vinto e che avrei avuto poche ore per mandare la grafica in redazione dopo la fine della partita. Quindi mi restavano due alternative: o aspettare l’esito del match e iniziare a lavorarci se Washington avesse vinto; o cominciare subito sapendo che se avessero prevalso i Rangers il lavoro sarebbe stato vano. Lì per lì non ci pensai due volte ed iniziai a lavorarci immediatamente, terminando l’illustrazione ancor prima dell’inizio dell’incontro. La grafica raffigurava una carta da gioco con un giocatore dei Capitals che sormontava uno dei Lightning (contro cui avrebbero giocato la finale di Conference, nel caso avessero vinto la partita), a testa in giù. L’amica che mi ospitava a New York mi portò a vedere Gara 7 in un pub che era stracolmo di tifosi blue&orange [ndr. ride]: fu una serata tragicomica, con i Capitals che andarono subito in vantaggio per la mia gioia, ma ovviamente dovevo contenermi essendo circondato da facce nemiche. Man mano che passava il tempo sembrava che Washington dovesse vincere, salvo essere rimontati nel finale andando all’overtime, dove ovviamente persero la partita. Tripudio generale, gente che si abbracciava intorno a me e io ero l’unico triste in tutto il bar. Tornai a casa che ero molto sfiduciato. Il giorno dopo però la mia amica mi venne in aiuto e mi diede un’idea che a me, da italiano quale sono, non sarebbe mai passata per la testa: se i Capitals hanno perso e i Rangers vinto, perché non modificare la carta e mandarla a tutti i giornali e le riviste di New York?

La grafica per la serie tra Lightning e Rangers del 2015, riadattata da quella precedente fatta per i Capitals

Ecco, quel momento è stato topico per la mia carriera. Ho sistemato un paio di luci e di colori, l’ho mandata al Times che fino a quel momento non mi aveva assolutamente badato e in dieci minuti -nonostante quel lavoro fosse ormai inutile dato che avevano già fatto uscire l’articolo con un’altra illustrazione- mi avevano fissato un colloquio per il giorno successivo. Dopo una settimana mi avevano già richiamato per darmi il primo incarico.

E qual è la grafica che senti più importante per la tua carriera?

D: Per come è nata direi la prima grafica che ho fatto per il Times, che è stata però la quarta ad uscire. Era improntata sullo scandalo FIFA e raffigura la Coppa del Mondo come se fosse un lampadario a cui stanno cambiando la lampadina. La storia di questa è abbastanza rocambolesca: in quel periodo stavo nello studio dell’amica di cui ho parlato prima, che mi aveva offerto una scrivania per lavorare in compagnia. Stavamo per andare a casa, quando mi chiamano dal giornale perché gli serve un’illustrazione da pubblicare il giorno successivo. Non potendo stare in studio corro a casa in taxi, rischiando anche di fare un incidente e inizio a lavorare cosciente del fatto di avere solo 5 ore di tempo. Mentre stavo lavorando a qualche idea incentrata su Blatter -che però non piaceva alla redazione- salta la corrente e cambiando la lampadina mi viene l’illuminazione. Mi rimetto alla scrivania, faccio il disegno e in due ore lo finisco. Poi però salta l’articolo a causa di direttive interne e viene rimandato a data da destinarsi. Alla fine è uscito dopo più di un anno da quando l’avevo disegnato. Comunque sia il New York Times era un obiettivo, non un punto d’arrivo ma sicuramente una tappa importante della mia carriera.

L’illustrazione legata allo scandalo FIFA, in copertina sul New York Times

Per quanto riguarda le grafiche legate al mondo del basket invece credo che quella a cui sia più affezionato e che mi abbia sbloccato un bel po’ di collaborazioni importanti, sia quella dei corpi incrociati di Duncan e Durant che avevo fatto per i Playoff 2014, a cui poi ho fatto seguire quella di LeBron e George e quella delle Finals tra San Antonio e Miami. Ovviamente sono sistemabili in molti punti, ma queste sono tuttora tra le mie preferite a livello di pulizia e di linea, e molti clienti che le abbiano viste mi domandano illustrazioni con quello stile.

A proposito di serie di illustrazioni. Ho potuto vedere nel tuo sito anche quattro grafiche dedicate a Derrick Rose. Cosa ne pensi di lui e come pensi possa evolversi la sua carriera?

D: Partiamo dal presupposto che io sono un Knicks fan. Lui è stato qualcosa di grandioso, un Westbrook “più dolce”, ma mi duole dire che non lo sarà più. Era un giocatore che gli davi la palla e in qualsiasi modo riusciva a mettere in ritmo i compagni. Per dire: io sono un giocatore ormai occasionale di NBA 2K e quando gioco a modalità normale, non riesco comunque a fare tripla doppia. Non oso immaginare cosa voglia dire farla nella realtà, a quei livelli. Rose era più elegante di Westbrook. Feci quelle quattro tavole nel periodo in cui si stava riprendendo dopo il primo infortunio e iniziava a rientrare nel giro della Nazionale. Poi penso che la mazzata vera e propria l’abbia data il secondo infortunio. Ora pare che si sia fritto anche il cervello dopo gli avvenimenti di quest’anno [ndr. scandalo dello stupro, varie dichiarazioni, partita saltata senza comunicazione].

Il tuo giocatore preferito di sempre? 

D: Dio. His Airness: Michael Jordan. Non c’è proprio storia. Poi per carità ho avuto vari miti, per esempio Iverson e Kobe, anche se quest’ultimo mi dicevo che fosse uguale a Jordan, per cui tanto valeva.

Un’illustrazione di Davide Barco uscita per un articolo di Dario Vismara sul sito di Sky Sport a Dicembre 2016, raffigurante (da sx) Karl-Anthony Towns, Giannis Antetokounmpo, Joel Embiid, Brandon Ingram e Kristaps Porzingis

E quello attuale?

D: Eh, bella domanda. Essendo diventato tifoso [ndr. dei Knicks], cosa che una volta non ero, ora per me è più difficile ammirare i giocatori avversari. In generale mi piace molto il tiro di Curry: ha un rilascio pazzesco e, anche se teoricamente sbagliato, l’ha portato a un livello di esecuzione tale che mi emoziona guardarlo. Da tifoso invece dico Porzingis, ammetto che al Draft non ero proprio contento della scelta, ma poi da nerd quale sono, me lo sono seguito per bene in Summer League e sono andato a spulciarmi vecchie partite al Siviglia ed è veramente da ammirare per l’abnegazione che ci mette. Altri che mi piacciono sono Antetokounmpo, che ho avuto la fortuna di vedere giocare dal vivo due anni fa a Londra e Livingston, che non puoi non ammirarlo per l’excursus di carriera che ha avuto: da ginocchio spezzato e rischio di amputazione, a giocatore fondamentale nel sistema Warriors.

L’MVP a chi lo daresti?

D: Faccio la cattiva persona e dico Co-MVP. Assurda la stagione di Westbrook, ma anche quella di Harden e onestamente non saprei proprio scegliere tra i due dato che comunque ai Playoff ci sono arrivati entrambi agilmente. Leonard lo vedo un po’ più indietro solamente perché è più aiutato dal sistema, ma lo potrebbe benissimo meritare pure lui. Lo ha dimostrato anche in Gara 1 contro i Warriors: prima che uscisse per infortunio faceva veramente quello che voleva anche contro di loro.

E chi pensi sarà il Campione NBA 2017? [la data dell’intervista precede l’inizio delle NBA Finals 2017, n.d.r.]

D: Spero Golden State perché non ho una gran simpatia per la squadra che hanno costruito intorno a LeBron, anche se i Cavs mi hanno veramente impressionato per la loro fisicità e versatilità. Dico Warriors solo perché hanno due MVP uniti a un altro grandissimo tiratore come Thompson. L’incognita invece è Draymond Green, perché se lo si fa innervosire è capace di rovinare la serie solo per la sua testa calda. Vedremo, io credo moltissimo nello sport, però quando sei uno sportivo a quei livelli devi essere d’esempio e il metro di riferimento non può essere un atteggiamento del genere. Non si parla di trash talking, ma proprio di sbeffeggiarsi delle regole, è una questione di comunicazione di sé stessi.

Ultima domanda: progetti futuri?

D: In questi giorni ho ripreso contatti con la Nazionale italiana di basket per fare qualche illustrazione per gli Europei di settembre. Poi sto anche lavorando a un progetto con NBPA [ndr. il sindacato dei giocatori NBA], di cui però non posso ancora svelare i dettagli. In futuro invece mi piacerebbe mettermi alla prova collaborando con qualche grosso brand sportivo, magari Nike o Adidas.

E noi ovviamente speriamo che sia così, per tutti i sacrifici che Davide ha dovuto compiere per arrivare dov’è, per la sua dedizione, la sua tenacia, e perché anche grazie a lui l’NBA è un po’ più italiana.

Avvertenza: è consentito l’uso, anche parziale, dell’articolo previa citazione della fonte.



Classe '96. Studente di Scienze della Comunicazione all'Università di Padova. Tifoso dei Milwaukee Bucks in NBA e della Reyer Venezia in Legabasket Serie A. Rapper e assiduo lettore. Colleziono jerseys, snapbacks, CD e delusioni.


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