Tracy McGrady

“Do you believe in miracles?” – Tracy McGrady nella Hall of Fame 2017, nonostante quello che non è stato




Non è mai facile parlare di Tracy McGrady, specialmente per chi lo ha amato in maniera cieca. Quando lo si fa si è consci di avere a che fare con il più grande talento offensivo del post-Jordan, ma rimane difficile trovare argomenti sufficientemente convincenti per dimostrarlo.

L’introduzione nella Hall of Fame di McGrady rappresenta un raro caso di premiazione dovuta a “Ciò che sarebbe potuto essere”, piuttosto che a “Ciò che è stato”. Perché si, T-Mac è stato realmente il miglior attaccante del dopo Michael Jordan. Un assassino silenzioso, pigro e soprattutto sfortunato. L’espressione perennemente sonnolenta e l’abitudine dichiarata di arrivare a dormire fino a 12 ore al giorno per far passare il tempo, gli sono valse il soprannome di “The big sleep”.

Un vero e proprio “anti-eroe”.

Un giocatore non inquadrabile in semplici statistiche o in digressioni tattiche.

Non è un vincente e non ha mai vinto una singola serie di Playoffs, ma allo stesso tempo è stato il miglior cestista del mondo, nel biennio precedente l’arrivo nella NBA di LeBron James.

La stella di Tracy McGrady si accende brevemente all’inizio del nuovo millennio. Prima di allora, per molti è solo un buon prospetto e il cugino di terzo grado di Vince Carter, il cugino sornione. Tra i pochi ad accorgersi presto di lui c’è Jerry Krause, General Manager dei Chicago Bulls del doppio three peat, il quale sacrificherebbe volentieri niente di meno che Scottie Pippen per arrivare al prodotto della Mount Zion Christian Academy; di parere diverso, per usare un eufemismo, Michael Jordan, il quale minaccia di ritirarsi per la seconda volta nel caso lo scambio vada in porto. Superfluo specificare che il tentativo di trade si interrompe bruscamento concludendosi con un nulla di fatto.

Nonostante l’amore mostratogli dal Canada però, la svolta nella carriera di McGrady avviene però con il trasferimento dai Toronto Raptors agli Orlando Magic. In Florida, il nativo di Bartow conquista per due anni consecutivi il titolo di miglior scorer della Lega ma trova di fronte a sé un avversario in grado di metterlo seriamente in difficoltà: la sua schiena. Nonostante ciò comincia a nutrire desideri di titolo, e per questo raggiunge Yao Ming agli Houston Rockets. Tuttavia i problemi fisici del centro cinese, uniti a quelli di T-Mac, non permettono ad un’accoppiata sulla carta inarrestabile di esplodere e impensierire i vertici della Lega. Tutto ciò, però, non impedisce al numero 1 degli Houston Rockets di dominare sul campo e di scrivere il suo nome nel firmamento della pallacanestro.

Tracy McGrady, 13 punti negli ultimi 33 secondi vs Spurs

Tracy McGrady nella notte che l’ha reso immortale

Nella stessa notte in cui entra nella leggenda, Tracy McGrady si assicura probabilmente anche un posto nella Hall of Fame. La data è quella del 9 dicembre 2004, di scena al Toyota Center di Houston la sfida tra i Rockets padroni di casa e i San Antonio Spurs. Con gli speroni ormai agevolmente avanti il palazzetto comincia a svuotarsi in anticipo e gli Spurs di Gregg Popovich si avviano ad un’agevole vittoria. Per McGrady è una serata negativa: tira con meno del 30% dal campo, risultato frutto soprattutto del lavoro di Bruce Bowen, il miglior difensore perimetrale dell’epoca. Poi accade qualcosa: McGrady abbandona la sua forma mortale e realizza 13 punti negli ultimi 35 secondi di gara, contro la miglior organizzazione difensiva dell’intera NBA, al pari dei Detroit Pistons di Larry Brown, e contro Bowen. Un avvenimento irreale, che molti avrebbero ritenuto fisicamente impossibile fino a quella sera. La stessa stella dei Rockets afferma a fine partita di non sapere bene cosa gli passasse per la mente ma solo di ricordare il Toyota Center che si svuota lentamente e il desiderio senza precedenti di vincere, ad ogni costo. Un giocatore ormai perennemente tormentato dai problemi fisici e, fino a quel momento, autore di una prestazione tutt’altro che positiva, in soli 35 secondi regala al mondo la più grande prestazione di sempre in un finale di partita.

Nell’immaginario collettivo, quanto fatto la notte del 9 dicembre 2004 rappresenta il canto del cigno di Tracy McGrady, un canto di bellezza inarrivabile e allo stesso tempo colmo di malinconia. Di lì a poco, ai problemi alla schiena si aggiungeranno quelli alle ginocchia, che porteranno sua carriera verso una lenta ed inesorabile fine anticipata.

Il nome di Tracy McGrady è indissolubilmente legato al concetto di “what if…”, ovvero il termine usato per indicare uno sportivo che “avrebbe potuto”. Insieme a Grant Hill, McGrady incarna meglio di chiunque altro questa spietata definizione. Quando Magic Johnson era considerato una splendida anomalia e talenti unici come LeBron James e Giannis Antetokounmpo non si erano ancora rivelati alla pallacanestro professionistica americana, McGrady era colui il quale si avvicinava maggiormente al concetto di “all around player”. A dispetto di chi lo considerava come un qualcosa di limitato alla sola realizzazione, Tracy McGrady aveva una visione di gioco non comune (l’unico ad accorgersene veramente è stato Mike D’Antoni, quando ormai era troppo tardi), difendeva senza problemi 3 ruoli su 5 ed era un ottimo rebounder, come testimoniato dalle cifre messe a referto nei suoi anni migliori. Un giocatore totale, in grado di ricoprire quasi tutti i ruoli in campo. Tali considerazioni non possono far altro che aumentare il rimpianto per quel famoso, maledetto “chissà cosa sarebbe stato se…”

Quel “se…”, la congiunzione che ha spedito Tracy McGrady nell’Olimpo degli immortali della pallacanestro.



Sono nato a Roma il 30 maggio 1986. Oltre a collaborare con "NBA Revolution", scrivo per il bimestrale romano "Il cielo sopra Esquilino" e svolgo i ruoli di ricercatore e redattore presso la "A.N.R.P" (Associazione nazionale reduci dalla prigionia, dall'internamento, dalle guerra di liberazione e loro familiari). Sono un grande tifoso dei New York Knicks, della Virtus Roma e della S.S. Lazio. Pallacanestro a parte sono appassionato di musica, cinema, viaggi, archeologia e storia dell'arte.


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