Vince Carter, Memphis Grizzlies

The Vinsanity Effect: Carter il fattore nascosto dei Grizzlies

L’estate appena trascorsa ci ha lasciati orfani di giocatori come Kobe Bryant, Tim Duncan e Kevin Garnett, e nelle ultime ore è arrivata la notizia del ritiro dal basket giocato di un altro pilastro come Ray Allen. Insomma, un’intera generazione sta lasciando definitivamente il posto ad un’altra, e ormai si cerca di fare qualche previsione su chi sarà il prossimo ad appendere le scarpe al chiodo. Ovviamente per capire ciò, si guarda essenzialmente all’età di un giocatore e a quanto questo stia riuscendo a dare alla sua squadra: ecco che allora i nomi non mancano. Tra questi, uno in particolare è stato abbastanza ignorato: stiamo parlando di Vince Carter.

A 39 anni suonati, il suo nome è clamorosamente riapparso sulla bocca di tutti quando è cominciata a diffondersi la voce secondo la quale avrebbe partecipato allo Slam Dunk Contest 2017. Proprio martedì però, è arrivato un chiarimento da parte di Carter, che una volta per tutte ha smentito tale possibilità, ed ecco che la sua figura è tornata ad inabissarsi. Non si sa il perché, ma Carter sembra venir ignorato da quasi tutti. In effetti, non è che le prestazioni sul campo viste la scorsa stagione o all’inizio di questa siano qualcosa di memorabile, ma in pochi si sono accorti di come la sua figura sia un fattore importantissimo per i Grizzlies, anche se agisce nel silenzio più totale.

Non siamo di fronte ad un giocatore che sta vivendo una seconda giovinezza, ma ad uno che, come successo a Kevin Garnett, concilia in maniera fondamentale la presenza in campo con il lavoro da mentore. Ora, analizziamo per bene questi due “impieghi”, partendo dal lavoro che Vince Carter svolge in campo. Nonostante nell’ultima stagione abbia viaggiato con medie piuttosto basse (6.6 punti e 2.4 rimbalzi di media in quasi 17 minuti a partita), che comunque sono abbastanza normali per un giocatore arrivato a questo punto della carriera, la dirigenza dei Grizzlies è stata decisamente contenta dell’impatto avuto da Carter, apprezzandone soprattutto la solidità. In più, Chris Wallace, General Manager della franchigia, ha affermato che “più si allontana dall’infortunio al ginocchio (avuto nel 2013), più rende meglio. Ha tantissima esperienza ed ottimi doti come tiratore da 3 punti e di playmaking nel pick-and-roll. Può prendere un rimbalzo e bloccare una penetrazione. Ci porta un sacco di aspetti positivi. Non saremo sprezzanti con lui”. Dichiarazioni che trovano conferma con i fatti: dalla stagione 2014-2015 ha migliorato tutte le sue statistiche (+0.8 punti, +0.4 rimbalzi, +4.4% dalla lunetta, +5.2% da 3 punti e +5.5% dal campo), e per quanto riguarda la difesa, nella prima partita della stagione contro i Minnesota Timberwolves ha messo in campo una lezione difensiva su Andrew Wiggins. Anche coach David Fizdale, prima dell’inizio della stagione, si era espresso su Carter, affermando che, potendo contare sulla sua solidità e duttilità, lo avrebbe utilizzato in diverse occasioni con differenti situazioni tattiche. Infine, lo stesso Air Canada agli arbori dell Regular Season si è detto pronto ad essere il tipo di giocatore di cui necessita la squadra, e che l’importante non è il minutaggio che gli sarà concesso, che ovviamente varierà da gara a gara, ma rimanere concentrato e svolgere il proprio dovere al meglio quando sarà sul parquet. Date le assenze per infortunio di Tony Allen e Chandler Parsons, Vinsanity ha avuto modo di giocare anche più minuti di quanto previsto, togliendosi così anche la soddisfazione di raggiungere subito in questa prima parte di stagione il traguardo dei 24.000 punti segnati in carriera, dimostrando di essere ancora parte del gioco attuale e non un giocatore finito. Senza neanche dirlo, ora nelle sue mira c’è il 23° posto dei marcatori all time, attualmente occupato da Allen Iverson, che vanta 368 punti in più rispetto a Carter. Niente di impossibile quindi.

Oltre al lavoro svolto, e da svolgere in campo, il n°15 in maglia Grizzlies, come abbiamo anticipato, ha anche un altro compito: quello da mentore. Infatti, con l’esperienza accumulata nelle sue 19 stagioni in NBA, Carter ha moltissimi consigli da dare ai compagni di squadra, istruendoli non solo magari sull’etica del lavoro e su come preparare certe partite, ma anche su come attuare certi movimenti e su come migliorare in alcuni casi la propria tecnica. L’energia che ha ancora da vendere è moltissima, come possono confermare staff e compagni, i quali, di fronte alle schiacciate e alle prestazioni al tiro che metta in mostra nelle sessioni post allenamento, affermano di essere stupiti della sua condizione fisica e di quanta intensità mista a spirito competitivo abbia ancora dentro. Mike Conley, suo compagno di squadra e giocatore non di poco conto, oltre ad apprezzare l’incredibile status fisico che a 39 anni riesce ancora a conservare Carter, di lui ha affermato che “è un ragazzo che riceve domande da tutti. Lui ha tutte le risposte“. Parole a cui non serve aggiungere nulla.

Insomma, tirando le somme, a discapito delle dicerie di alcuni fan della NBA, Vince Carter, pur nel totale silenzio, sta continuando ad essere parte integrante non solo della franchigia per cui gioca, ma anche dell’intera Lega. Questo è il suo ultimo anno di contratto con i Memphis Grizzlies, e sinceramente non ce la sentiamo di pensare già a cosa accadrà nell’estate 2017, quando si scoprirà se Carter deciderà di proseguire ancora la sua carriera oppure di aggiungersi alle star che hanno lasciato il basket giocato, andando magari ad aggiungersi allo staff tecnico di una franchigia. Al momento, è giusto godersi le sprizzate di talento che è ancora in grado di mettere in campo. Vinsanity is still alive.



Veneziano classe '98. Grande appassionato di basket (anche se seguo in generale praticamente ogni sport), ma anche di musica e film. Sono cresciuto inseguendo la figura di Kobe Bryant e ho due frasi preferite riguardo lo sport: "Hard work beats talent when talent fails to work hard" (Kevin Durant) e "Ever tried. Ever failed. No matter. Try again. Fail again. Fail better" (Samuel Beckett).


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