The old boy: il curioso caso di Malcolm Moses Brogdon

Negli ultimi anni una parola riecheggia come un sussurro continuo portato dal vento nelle zone a nord di Chicago, tra Racine, Green Bay e Madison, terra di boschi e di selvaggina, in cui fiumi di birra scorrono e la Brew City si affaccia sul lago Michigan: FUTURO. Eh sì, perché da quando è arrivato un certo Giannis Antetokounmpo, il Wisconsin ha risvegliato una passione da tempo assopita per lo sport che tende al cielo, in passato completamente oscurato dal football che, grazie ai Packers, la fa da padrone nel Badger State.

Il progetto dei Bucks è apparso fin da subito semplice (e forse anche un po’ semplicistico): acquisire, tramite Draft e scambi, dei giocatori giovani e di prospettiva da svezzare e far crescere per diventare entro qualche anno una contender. Ovviamente però, con troppi giovani in squadra manca l’esperienza, e la sperimentazione dello scorso anno è servita a Coach Kidd e al GM John Hammond ad interiorizzare che di questo passo si sarebbe finiti per rovinare uno dei migliori progetti dell’intera Lega. In estate perciò la società si è mossa in due direzioni: acquisendo giocatori navigati come Jason Terry e Michael Beasley, che riuscissero a supportare i più giovani a roster sia  dentro che fuori dal parquet; e cercando dei 3&D che potessero allargare il campo non chiedendo particolare possesso di palla e aiutando a migliorare la difesa, punto dolente della squadra nella passata stagione.

Malcolm Brogdon e Jason Kidd, Milwaukee Bucks

Allievo e maestro: Malcolm Brogdon e Coach Jason Kidd

Il Draft 2016 però è stato il vero e proprio azzardo in questo tentativo di salto di qualità che tutti i tifosi di Milwaukee agognano. Arrivati alla cerimonia in possesso di tre scelte (10, 36 e 38) e ceduta l’ultima ai Warriors in cambio di 2.4 milioni di dollari (con cui poi Golden State ha selezionato Patrick McCaw), le scelte dei Bucks fanno inizialmente scalpore per due motivi diametralmente opposti: Hammond decide di prendere alla 10 il giovanissimo Thon Maker (classe ’97), ala grande di 217cm per 101kg proveniente da una Prep Academy canadese e considerato per nulla preparato al gioco duro dell’NBA e, alla 36, il veterano dell’NCAA Malcolm Moses Brogdon, 24enne playmaker e all’occorrenza guardia tiratrice, ex capitano di Virginia University.

Se il primo rientra in pieno nello stile che ha caratterizzato gli ultimi Draft dei Bucks (giocatore non ancora pronto ma dall’enorme margine di crescita), il secondo invece stravolge enormemente il meccanismo: Brogdon, The President (per la sua somiglianza con Obama) è del 1992 (due anni più vecchio di Giannis), pochissimo margine di crescita e un potenziale che, secondo l’opinione di un po’ tutti, può permettergli una carriera da role player e nulla di più. La nota positiva però è che Humble Moses (l’umile Mosé, altro soprannome datogli dal fratello maggiore ai tempi dell’High School che rimarca la sua indole per nulla fuori dalle righe) è una guardia funzionale al gioco dei Bucks, molto solido in difesa e dal tiro da tre già estremamente affidabile.

Con queste premesse inizia la stagione: Brogdon è l’ottavo uomo della squadra (dietro ai cinque starter e ai due lunghi Henson e Monroe) e man mano che passa il tempo si inizia a scorgere in lui qualcosa che in pochissimi si aspettavano. Una consapevolezza in campo che molti rookie acquisiscono al terzo o quarto anno nella Lega e che, considerando il fatto che è stato scelto al secondo giro, lo rende quasi una steal. Col tempo arrivano anche i primi risultati personali, tra cui una sempre maggior considerazione nelle rotazioni che lo porta addirittura ad entrare nel quintetto titolare, una tripla-doppia contro i Bulls nell’ultima partita del 2016 e i 22 punti contro i Wizards, nella finora unica partita giocata quest’anno dai Bucks senza Antetokounmpo.

Brogdon ad oggi sta viaggiando su medie impronosticabili ad inizio stagione: 8.9 ppg (3° tra i rookie) e 3.9 apg (1°) con un buon 45% dal campo (4°) e 41% da tre (1°) ed è momentaneamente secondo nella classifica dei candidati al premio di ROTY (dietro solo all’inarrivabile “The Process”, Joel Embiid). Quando gli viene chiesto qualcosa sulla pressione che lo circonda visto la status di “matricola fuoricorso” o sul rapporto con i compagni più giovani, lui risponde con un umile “Giannis e Jabari erano qui prima di me, il rookie sono io e mi devo adeguare”. Testa bassa e lavorare, Malcolm può togliersi enormi soddisfazioni con i Bucks, alla faccia di tutti quelli che non credevano in lui. Brogdon è la dimostrazione che certe volte al Draft, forse, è meglio scegliere un giocatore d’esperienza con la testa sulle spalle piuttosto che un possibile talento.

Come on guys, let’s support The President.



Classe '96. Studente di Scienze della Comunicazione all'Università di Padova. Tifoso dei Milwaukee Bucks in NBA e della Reyer Venezia in Legabasket Serie A. Rapper e assiduo lettore. Colleziono jerseys, snapbacks, CD e delusioni.


2 thoughts on “The old boy: il curioso caso di Malcolm Moses Brogdon

    1. Kevin Brunetti

      Con la differenza che il nostro è andato online ieri, 10/01 e il loro oggi, 11/01. Ti ringraziamo molto per la tua segnalazione Paolo, prenderemo le necessarie iniziative per tutelare i nostri scritti.

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