Steven Adams, l’arma non più segreta degli Oklahoma City Thunder




Risulta sempre molto affascinante la capacità del mondo anglosassone di riassumere un concetto astratto e complesso in una sola espressione, una sola parola, un’immagine forte, significativa e comunicativa. Basti pensare alla celeberrima “ice in his veins” usata per descrivere la capacità di essere risolutori nei momenti decisivi, ma anche alla sempre più usata “go-to-guy”. Un’altra perifrasi molto famosa è probabilmente la descrizione migliore per uno dei giocatori più in forma del momento, un giocatore molto particolare, capace di essere l’arma in più di una delle franchigie più chiacchierate dell’NBA, stiamo parlando di Steven Adams, centro di OKC e icona del concetto di “Head in the game”. Il suo primo allenatore, Kenny McFadden, descrisse i miglioramenti esponenziali del ragazzone neozelandese alto 2.05 metri a soli 15 anni con una parola: “commitment. L’impegno, la dedizione, l’etica del lavoro riassunti da questa parola fanno capire l’incredibile abilità di Adams di concentrarsi esclusivamente sull’obiettivo e portarlo a termine. Una concentrazione più unica che rara, una “Adams mentality” tanto per esagerare con i paragoni. Ma cosa caratterizza la forza mentale di Adams? Come riesce ad essere un arma sui parquet NBA?

Adams che non reagisce al trattamento poco affettuoso di Hassan Whiteside

Innanzi tutto è un vantaggio enorme in termini di tenuta nervosa. Pensando al ruolo di centro e alla quantità di contatti più o meno duri, più o meno sporchi che caratterizzano il centro delle aree dell’NBA, l’abilità di non curarsi della provocazione dell’avversario ma di continuare a giocare la propria pallacanestro rappresenta un fattore rilevante individualmente, ma anche per tutta la squadra. Se pensiamo ai vari Draymond Green, o ancor di più a DeMarcus Cousins, lunghi superiori tecnicamente ad Adams, spesso la loro tenuta nervosa ha giocato brutti scherzi.

Tenuta nervosa sia dal punto di vista disciplinare che tecnico: sempre spettacolare vedere la reazione dei giocatori NBA dopo una grande giocata, ma l’atteggiamento di Adams, in un certo senso, lo è ancora di più. Lo si è visto sorridere ed esultare molto poco, lo si vede invece fare una azione de highlight in attacco e tornare in difesa di corsa serio, composto e concentrato, quasi un’assurdità nel mondo NBA. L’immagine che salta alla mente è la pazzesca genialata dello scorso anno nella serie playoff contro i Rockets: quel libero appositamente sbagliato sul primo ferro con rimbalzo e assist al volo per la tripla di Westbrook; abbiamo ben impressa la giocata straordinaria, ma l’esultanza probabilmente non c’è nemmeno stata.

Il vantaggio è anche nella propria crescita personale di giocatore e fattore per la squadra. Da quando è sbarcato ad OKC nel Draft 2013, Adams è riuscito ogni anno a ritagliarsi uno spazio sempre più importante nel sistema di coach Donovan. Impressionante come anche quest’anno, nonostante gli arrivi di due superstar come Anthony e George, Adams abbia una media punti superiore allo scorso anno con più tiri dal campo tentati, più tiri dal campo segnati, più minuti in campo. Altro dato lampante dell’importanza di Adams è il Player Efficiency Rating, (21.61), in squadra è secondo solo all’alieno Russell Westbrook.

Adams in attacco con Andre Drummond

Crescita personale che coincide con un miglioramento tecnico e tattico di livello assoluto. Uso del perno a centro area tra i migliori nella Lega, capacità di sfruttare la propria fisicità per creare vantaggio ai propri compagni con blocchi, movimenti e spaziature d’élite e poi la difesa; migliorato nella rim protection (1.0 stoppate a partita in questa stagione) e nella capacità di sporcare palloni (1.2 rubate). Tutto ciò ha comportato una fiducia smisurata da parte di coach Billy Donovan che considera Adams fondamentale tanto da concedergli sempre meno minuti in panchina. Particolare la situazione nella gara stravinta da OKC in casa di Cleveland dove, seppur in vantaggio di circa 25 punti, a inizio quarto periodo il quintetto di OKC era composto da 4 elementi della second unit più Adams.

L’evoluzione tecnica di Adams sommata alla sua straordinaria capacità di essere sempre in partita potrebbero essere l’arma in più di OKC, soprattutto in ottica playoff. Di certo a Donovan non mancano soluzioni offensive o stelle in grado di decidere le partite, ma la tenuta per tutti i 48 minuti potrebbe essere un problema per una squadra che rischia di vivere degli sprazzi dei suoi all-star. Ecco allora che nelle partite che contano la vera star silenziosa potrebbe essere proprio Adams, con il suo apporto in termini di utilità alla squadra garantirebbe sempre di rimanere in partita anche senza grandissima continuità offensiva.

Coach Donovan può quindi godersi il suo centro Maori, con l’unico rimpianto che il miglioramento esponenziale di Adams ne costituisce non più un’arma segreta, ma una vera e propria stella. Non stupiamoci, dunque, se le avversarie di OKC prepareranno stratagemmi particolari non solo contro i “Big Three”, ma anche contro Adams. Anzi, tanto vale iniziare a chiamarli Big Four perché Adams e la sua “Head in the Game” sono elementi di assoluto livello nel panorama NBA!



Appasionato dello sport in generale, gioco a basket da quando avevo 5 anni, sogno di diventare giornalista sportivo e i miei idoli sono Kobe Bryant, Valentino Rossi e Alex Zanardi.


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