Phoenix Suns: Tomorrow Never Knows




Quella che sta per concludersi sarà, con buona probabilità, la peggiore annata della storia dei Phoenix Suns dal punto di vista delle vittorie se si esclude il loro primo anno nella lega, cinquant’anni fa, quando i soli dell’Arizona fecero registrare un notevole 16-66. Questa stagione sarà addirittura peggiore delle due che l’hanno preceduta (conclusesi rispettivamente con 24 e 23 vittorie). Sommando le vittorie nelle ultime tre stagioni, molto probabilmente a fine anno i Suns non arriveranno a 70 (ne servirebbero 23 quest’anno, e nel momento in cui scrivo i Suns sono 19-50 e una schedule proibitiva da qui a fine anno). Nonostante ciò, ci sono molte ragioni per cui i tifosi dei Suns possono sorridere pensando al loro futuro, sebbene questa dipenda fortemente da alcuni punti che sono tuttora grosse incognite.

La sensazione che si aveva nelle due passate stagioni era quella di una proprietà non rassegnata all’idea di un inevitabile rebuilding, ed il contratto fatto firmare a Knight nell’estate 2015 ne è la prova. Oggi invece Sarver sembra aver accettato e abbracciato l’idea del suo GM, e cioè che per creare una squadra da titolo ci vogliano più giocatori a livello All-Star che abbiano il loro picco di performance in contemporanea, e che un mercato come Phoenix possa e debba creare un tale nucleo in una sola maniera, tramite draft. Per questa ragione, i tifosi Suns potrebbero dunque vedere il prossimo autunno una versione simile a quella definitiva di questo nucleo di giovani di belle speranze.

I pilastri

A differenza di tutte le altre squadre che stanno battagliando per avere le possibilità maggiori di ottenere la prima scelta al prossimo draft, Phoenix è un grosso passo avanti a tutte nel suo processo di rebuilding: i Suns hanno già un giocatore che è, a meno di infortuni, destinato ad essere convocato all’All Star Game per molti anni, e quel giocatore è ovviamente Devin Booker.

Booker quest’anno sta facendo registrare 25.2 punti, 4.7 assist e 4.5 rimbalzi a partita, il tutto tirando col 38.4% da tre punti e col 56.6% di TS%. Questi dati rappresentano tutti career-high per Devin, che nel corso della stagione è anche diventato il terzo giocatore più giovane della storia a realizzare 4000 punti dietro LeBron James e Kevin Durant, il tutto senza aumentare la sua turnover percentage. Verosimilmente, questa estate i Suns gli offriranno un’estensione contrattuale da cinque anni e 156 milioni che partirà dall’estate 2019. Booker ha dato segnali più che incoraggianti non solo sotto l’aspetto delle cifre, ma anche sotto quello delle aree del campo in cui la sua presenza si fa sentire. In questo terzo anno, le sue doti di playmaking sono del tutto esplose, mettendo in mostra la sua abilità a saper leggere le evoluzioni di un pick&roll o la sua capacità di vedere un passaggio dal lato debole. Lo stesso linguaggio del corpo in difesa è molto migliorato, e questo aspetto ha avuto un’altra conseguenza, quella che Booker abbia cominciato a richiedere più impegno ed una maggiore concentrazione ai suoi compagni.

La vera trasformazione effettuata da Booker nell’annata in corso, infatti, è stata quella che l’ha visto passare dall’essere il giocatore più forte dei Suns ad esserne il vero leader, una costante presenza vocale a fungere da pungolo per gli altri. Si potrà obiettare che non abbia funzionato visto il record di squadra, ma vale sempre la pena ricordare che Devin ha 21 anni, e che alla sua età Lillard (uno che a detta del coach dei Suns Jay Triano questa trasformazione l’ha avuta all’inizio della sua quarta stagione) era ancora al college.

A detta di Tyson Chandler, Booker ha capito finalmente quale possano essere le sue capacità ed il suo ruolo nella lega, ed è ora in quella fase della crescita in cui si vuole unicamente vincere, e per farlo c’è bisogno che tutti quanti attorno a lui facciano la loro parte. Lo stesso centro titolare dei Suns dice che la cosa che più lo ha colpito è la naturalezza con cui Booker esprima la sua leadership, cosa quanto meno peculiare per la sua età:

Il fatto è che è come se gli venisse naturale. Non si sta sforzando. Parla quando sente che deve farlo. Penso che questa cosa darà i suoi frutti sul lungo termine, perché comunicherà i compagni perché sentirà di farlo e non perché l’organizzazione gli ha detto di essere un leader. Gli viene proprio naturale.

Booker è uno dei nove giocatori ad avere almeno 25 punti, 4 rimbalzi e 4 assist di media quest’anno. Gli altri sono James, Harden, Durant, Curry, Antetokounmpo, Cousins, Lillard, Westbrook. Sembra dunque evidente che, negli anni a venire, Booker lotterà per il ruolo di miglior guardia (in accezione generale) della lega con Harden, Curry, Lillard e Westbrook. S’è visto di peggio.

Il secondo punto fermo del rebuilding Suns non può essere altri che Josh Jackson, a detta di molti colui il quale può fra un paio di anni essere il miglior giocatore del draft 2017. La stagione di JJ deve essere divisa in due parti: prima della partita contro Atlanta del 3 gennaio, nella quale è rimasto seduto in panchina per volere di Coach Triano, e dopo. Nella prima, Jackson ha fatto registrare 9.2 punti, 3.5 rimbalzi e 1.1 assist per partita, tirando col 36.8& dal campo e col 56.3% ai liberi e perdendo 1.7 palloni a partita in 21.7 minuti a partita. Nella seconda, Jackson è passato a 15.3 punti, 5.5 rimbalzi, 1.6 assist, tirando col 43.1% dal campo e col 70.1% ai liberi, perdendo lo stesso numero di palloni in 27 minuti. Nessun giocatore draftato quest’estate è stato capace di fare 15+5 in questo periodo di tempo. Da gennaio, Jackson ha superato i 20 punti ben 12 volte, secondo solo a Mitchell fra i rookie in questa speciale classifica.

I segnali migliori da Jackson sono arrivati nella gestione del pace, esagerato per tutta la prima parte di stagione, e nella difesa. Non a caso spesso Jackson viene assegnato all’attaccante avversario più pericoloso in campo, spesso non sfigurando nel compito. L’impressione generale è quella di essere davanti ad una versione migliorata di Jaylen Brown, a cui Jackson assomiglia peraltro per dimensioni fisiche. Inevitabilmente, l’aspetto su cui Jackson dovrà lavorare quest’estate è il tiro da fuori: nel 2018, le sue percentuali sono salite (sì, salite) al 29%, ben al di sotto degli standard di accettabilità per la direzione che la lega ha preso negli ultimi anni. Di contro, Jackson sta mostrando un’abilità notevole nell’attaccare il ferro ed un controllo del corpo notevole che gli consente anche di assorbire in maniera ottimale urti. L’impressione è oltretutto che i Suns debbano ancora cominciare a scoprire quali siano le vere capacità di Jackson nel playmaking, dato da tutti come uno dei suoi punti di forza alla notte del draft.

Certamente è da Booker e Jackson che i Suns ripartiranno quest’estate, come detto più volte da McDonough.

Devin Booker e Josh Jackson, i due pilastri su cui si fonderanno i Phoenix Suns durante i prossimi anni

I possibili comprimari del futuro

Come detto sopra, molto importante per il futuro dei Suns sarà la tempistica dello sviluppo dei diversi giocatori. Per questa ragione, e per altre che dirò a breve, inserisco in questo paragrafo TJ Warren, classe ’93. Anche TJ sta vivendo la sua migliore stagione con 19.7 punti e 5.1 rimbalzi, fresco di rinnovo contrattuale che porterà circa 48 milioni nelle sue tasche nei prossimi quattro anni. L’impressione che si ha guardando giocare TJ è che si abbia a che fare con uno scorer di primissima qualità, soprattutto in transizione e dal midrange, ma che con lui in campo le spaziature ne soffrano abbastanza data la totale assenza nel suo gioco di tiro da tre (21.3% su 1.2 tentativi a partita quest’anno). L’impressione è che si abbia a che fare con uno scorer simile a DeMar DeRozan, tant’è vero che le cifre al loro quarto anno hanno similitudini impressionanti: 18.1+3.9 per DeMar, 19.7+5.1 per TJ, che perde anche meno palloni (1.3 contro 1.8) ed è anche più efficace come scorer (54.3% vs 52.3%). La sensazione è che affinché TJ possa diventare una stella polare per il futuro dei Suns debba sviluppare un solido tiro da fuori, proprio come DeRozan ha cominciato a fare, probabilmente con colpevole ritardo, quest’estate. Al momento, sembra che ci sia spazio solo per uno tra TJ e Josh Jackson in campo, proprio a causa dello spacing che viene a mancare quando entrambi sono sul parquet. Ciò che potrebbe profilarsi all’orizzonte per TJ potrebbe essere un ruolo da sesto uomo di lusso: molto dipenderà dalle mosse di Phoenix in sede di draft e nella Free Agency. Al momento, non escludo nemmeno che TJ possa essere usato come pedina di scambio (unitamente a qualche prima scelta e a qualche altro giovane) nel caso in cui potesse profilarsi all’orizzonte la possibilità di arrivare ad una superstar nella prossima estate.

Due giocatori che per ragioni cronologiche hanno spesso visto i loro destini intrecciarsi sono Dragan Bender e Marquese Chriss. Quello che al momento sembra essere più compatibile coi piani dei Suns al momento è indubbiamente il primo, già da ora uno dei miglior difensori sul pick&roll dell’intera lega. Nel 2018 Bender sta tenendo medie di 7.3 punti, 5.1 rimbalzi e 2.4 assist, tirando col 39.1% da 3 su 4 tentativi a partita. La sensazione è quella di avere a che fare con uno stretch four dal potenziale molto alto, capace di restare con il portatore di palla sul pick&roll e di accettare qualsiasi cambio sul perimetro, flashando allo stesso tempo doti di passaggio assolutamente non comuni in un 2.16. Quello che manca a Bender sembra piuttosto evidente: chili di muscoli (pesa 2 chili in meno di TJ Warren, per dare un metro di paragone) e faccia tosta. Secondo Cleaning The Glass, Bender è nel 13esimo percentile per Usage Rate fra i lunghi NBA, il tutto sebbene stia dimostrando di avere una forma di tiro altamente ripetibile e molto fluida, che nulla ha da invidiare al coetaneo Lauri Markkanen (anzi, quest’anno Bender sta tirando col 38% da fuori, il finlandese col 34.5%). Il problema potrebbe essere strettamente collegato alla mancanza di spacing di cui sopra: non a caso, nei minuti in cui Bender divide il campo con Troy Daniels, il numero di tiri da tre cresce esponenzialmente (circa 10 tentativi in più su 100 possessi) e migliorano anche le percentuali (+1.7%). Per queste ragioni, e per la possibilità che quest’estate in sede di draft a Bender possa essere affiancato Ayton, chi scrive è discretamente positivo sulle possibilità che Bender possa essere un pezzo importante dei Suns del futuro.

Stessa sicurezza non è possibile averla su Marquese Chriss: l’impressione è quella di vedere un giocatore in costante involuzione, soprattutto dal punto di vista mentale. Spesso nelle ultime settimane Marquese ha parlato di miglioramenti dal punto di vista mentale, di stabilità nella vita di tutti i giorni, di continui colloqui con Triano. Sembra evidente oggi quello che già pareva inevitabile un anno fa: Bender e Chriss finiranno per calpestarsi i piedi. Entrambi sono destinati a giocare da stretch four, dato che sebbene con caratteristiche diverse entrambi necessitano di un lungo di peso e presenza interna all’area in attacco accanto a loro. Rispetto a Bender, Chriss ha letture molto meno intelligente sul p&r, ha una meccanica di tiro decisamente da rivedere e non ha un decimo della visione di gioco di Bender. Quel che Bender non ha, però, è l’atletismo di Chriss, che lo porta spesso a recuperi miracolosi in stoppata o in fase di transizione difesiva. Al momento, però, l’unico ruolo che sembra papabile per Chriss è quello di energy guy dalla panca. Un po’ poco per uno che, fino ad un’estate fa, era addirittura nella conversazione per essere scelto alla 4 dallo staff dei Suns.

Marquese Chriss e Dragan Bender: nei prossimi anni sembra esserci spazio per solo uno dei due all’interno della franchigia

Discorso a parte merita Elfrid Payton: in tredici partite ai Suns, Payton ha fatto registrare 14.4 punti, 7.1 assist e 6.8 rimbalzi a partita, cifre che lette così lascerebbero pensare solo al meglio. Il problema è che sta tirando col 44.9% dal campo e col 20% da 3, e la domanda è se un playmaker con queste caratteristiche sia sostenibile per il gioco odierno. Se non bastasse questo, la squadra sta dando la sensazione di girare meglio quando è nelle mani di Booker e andrà valutato il suo impegno difensivo nel corso di queste ultime tredici partite stagionali, che fino ad ora è stato buono ma di certo da considerare un outliar statistico se si pensa a quanto visto nell’ultimo anno a Orlando. In estate Payton sarà restricted free agent, e i Suns devono decidere se Payton possa essere la loro point guard del futuro o meno. Col ritorno di Knight, di cui parleremo dopo, e con l’incognita draft (Doncic?), di certo Payton non può considerarsi un keeper sicuro per il futuro Suns. E’ possibile che i Suns non decidano di pareggiare offerte nel caso in cui queste superino i 30 milioni complessivi.

Gli altri

Un blocco individuabile nel roster Suns è quello degli esuberi costosi, in cui rientrano Chandler, Dudley e Knight. Chandler sembra destinato a cambiare area entro febbraio 2019, dato che i suoi 13 milioni per la stagione 2018/19 sono gli ullimi a libro paga per i Suns e che le sue doti di rimbalzista e rim protector potrebbero tornare utili a diverse franchigie, anche fra le contender. Dudley invece è visto come un importante elemento collante dalla dirigenza, e dovrebbe rimanere a Phoenix anche per l’anno prossimo, l’ultimo a contratto per circa 5 milioni.

Assai diverso è il discorso Knight, che reduce da un ACL avrà ancora da ricevere trenta milioni in due anni dai Suns. L’auspicio è che possa almeno diventare il playmaker della second unit per le prossime stagioni, anche se non è da scartare nemmeno l’ipotesi di un unload contrattuale assieme ad una prima scelta nel draft corrente (con buona probabilità i Suns ne avranno tre nelle prime 15) nel caso in cui McDonough decida di affrontare in maniera aggressiva la prossima free agency.

Tra gli altri elementi a roster, molti sembrano destinati a lasciare l’Arizona senza troppi rimpianti (Ulis e Len su tutti), mentre chi potrebbe avere una chance a sorpresa potrebbero essere Troy Daniels e Davon Reed. Daniels si sta rivelando un elemento fondamentale per aprire il campo grazie al suo 40% da 3 e la sua capacità di portare punti veloci dalla panca, mentre Reed ha mostrato un’ottima difesa perimetrale (così come Harrison, che probabilmente a giorni riceverà una proposta per un biennale) grazie alla sua wingspan irreale per la sua altezza unita ad un’ottima meccanica di tiro (37.5% da 3 su 1.5 tentativi a partita in 10 minuti di utilizzo).

What’s next?

La scelta più importante che i Suns dovranno prendere in estate riguarda l’allenatore. Sarver ha detto che non commetterà l’errore commesso con Watson e intervisterà molti nomi prima di prendere una decisione, nomi fra i quali spicca quello del coach ad interim Jay Triano. Sebbene mai detto in maniera esplicita, Triano sembra essere il principale candidato al ruolo, soprattutto grazie all’attenzione dedicata al player development. L’ex coach di Toronto però è sembrato a larghi tratti inadeguato soprattutto nella fase difensiva, e non a caso i Suns sono la squadra che ha subito più punti per partita in questa annata (112.3 punti concessi agli avversari a notte).

Mentre quello dell’allenatore sembra essere un tema non correlato dagli altri, draft e free agency sembrano inevitabilmente collegati. Come più volte ripetuto dal GM, i Suns in estate cercheranno un playmaker ed un centro, rimane solo da vedere se via free agency o via draft. Se la sorte arriderà alla franchigia dell’Arizona con una delle prime due pick, di sicuro il prossimo Sole sarà una tra DeAndre Ayton e Luka Doncic, entrambi per ragioni diverse compatibili col piano di crescita di Phoenix. Al momento, i Suns hanno circa 21 milioni liberi per affrontare la free agency estiva senza tenere in conto la possibilità di scaricare un contratto fra Chandler e Knight: sembra dunque esserci la possibilità di unire ad un giovane prospetto di sicuro avvenire (molto probabilmente una top3 pick) un buon giocatore dal mercato estivo, grazie anche agli asset accumulato negli anni scorsi. Oltre alla scelta propria nel prossimo draft, i Suns vedranno con buona probabilità arrivare anche quelle dei Bucks e degli Heat ed hanno anche i diritti sulla prima Heat 2020. Queste scelte, unitamente ad un buon nucleo di giovani, sembrano indicare una via maestra a McDonough (in scadenza di contratto la prossima estate), e cioè quella di trasformare buona parte di questi asset in una superstar.

Sembra strano a dirsi, ma in Arizona ci sono motivi per sorridere anche senza arrivare alle 25 vittorie stagionali.



Classe 1989, co-fondatore di Vangelo Secondo Riquelme, progetto di story-telling sportiva, e di The ANDone Podcast, podcast settimanale sul mondo della palla a spicchi oltreoceano. Compenso al peccato originale di essere nato juventino tifando Phoenix Suns (mannaggia a te Steve). Ho la passione di raccontare storie, o con la penna o con la chitarra. C'è stato un periodo in cui sono stato addirittura una persona interessante, ma poi sono diventato ingegnere.


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