Città diversa, stesse abitudini: Tobias Harris ha trovato casa a Los Angeles




Quando i Clippers si sono mossi prima della trade deadline e hanno proposto ai Detroit Pistons uno scambio che coinvolgesse Blake Griffin, i dubbi sulla scelta dei losangelini erano numerosi. Sembrava infatti il primo passo per una possibile ricostruzione, che però gli stessi Clippers avevano detto di voler evitare in estate. Dopo aver perso Chris Paul, infatti, infatti di gettare le basi per un nuovo ciclo puntando sul creare spazio salariale e ottenere scelte al draft, gli uomini di Ballmer avevano deciso di rinnovare il contratto alla loro stella e di affiancargli, tra gli altri, Danilo Gallinari. La decisione di scambiare Blake si è rivelata essere quindi una sorta di fulmine a ciel sereno, nonché indicativa di un’imminente ricostruzione – in virtù anche di una corsa ai Playoff complicatasi a causa degli infortuni di Gallinari e dello stesso Griffin. L’arrivo di Bradley (in scadenza quest’estate), Marjanovic (estate 2019) e Tobias Harris (estate 2019)  poteva essere letto come un modo per liberare a breve e medio termine spazio salariale, soprattutto perché i Clippers si liberavano di un contratto pesante (140 milioni fino al 2022) accordato a un giocatore molto fragile fisicamente (Griffin ha giocato solo 35 partite nel 2015-2016, 61 nel 2016-2017, 58 nel 2017-2018 e anche in questa stagione ha subito tre infortuni). E seppure sia corretto quanto riportato e l’opzione ricostruzione sia tuttora esplorabile – alla luce anche del contratto in scadenza quest’estate di DeAndre Jordan -, si sono rivelate vere e sono state confermate dai fatti le dichiarazioni rilasciate da Jerry West, Doc Rivers e Lawrence Frank immediatamente dopo la trade: i Clippers non hanno intenzione di tankare, ma anzi di rimanere competitivi. Così è stato, con la squadra di Los Angeles che – benchè falcidiata dagli infortuni – si è giocata quasi fino all’ultima partita della regular season la possibilità di accedere ai Playoff – e comunque si è resa protagonista nuovamente di una stagione con un record di vittorie superiore al 50%.

 Una delle ragioni alla base della competitività dei velieri? Tobias Harris.

Arrivato come principale asset in cambio di Griffin, il nativo di New York ha fin da subito lasciato il segno, rivelandosi la bocca da fuoco ideale da affiancare a Lou Williams. Di più: seppur di caratura inferiore a Blake, si è scoperto essere un miglior fit per la banda di Doc Rivers (principalmente nella metà campo offensiva).

Harris al tiro durante il suo esordio con i Los Angeles Clippers

Al di là dei 19.9 punti col 42.8% da tre punti e il 48.2% dal campo – cifre di tutto rispetto ma alquanto superficiali trattandosi di statistiche classiche – è interessante analizzare il suo impatto tramite alcune analytics. Per esempio, il già produttivo attacco dei Clippers è passato da un ORtg di 108.0 a uno di 110.3 (anche se il DRtg è passato da 107.0 a 108.3). A cosa è dovuto questo miglioramento? Per quanto non si possa procedere a un’analisi dettagliata prendendo in analisi solo un aspetto, è indubbio che la presenza di Harris offra maggiori soluzioni offensive rispetto a Griffin.

L’ex Pistons, infatti, nasce come giocatore perimetrale, decisamente più a suo agio fronte a canestro. Per quanto Griffin abbia fatto passi da gigante allargando notevolmente il suo range di tiro anche oltre la linea dei tre punti – e nonostante la sua indubbia superiorità nella gestione del pallone e nella visione di gioco – poter schierare Harris da ala grande (seguendo quindi il trend della NBA, che ormai vede dominare quintetti con un solo lungo puro o con addirittura cinque giocatori versatili in grado di cambiare su ogni blocco e di correre in contropiede) permette ai Clippers di allargare il campo, liberando spazio per le penetrazioni degli esterni e per i tagli a canestro di DeAndre Jordan. La presenza di Harris inoltre non ha inficiato sul carico offensivo di Lou Williams, che ha diminuito il suo USG% di solo un punto.

Ma quali sono queste citate soluzioni offensive che Harris porta in dote?

In primo luogo, la capacità di giocare in isolamento nelle più svariate situazioni e di cavare sangue dalle rape – leggasi punti – sia in avvicinamento partendo dalla linea dei tre punti, sia arrestandosi per tirare dietro la stessa.

Inoltre, il suo miglioramento evidente nel tiro da tre – il miglior risultato percentuale in carriera era il 36.4% del 2014-2015 in maglia Magic prima del 41.6% di questa stagione – lo rende un giocatore pericoloso in situazioni di spot-up.

Nell’azione mostrata nella GIF sopra, per esempio, si posiziona sul lato debole pronto a ricevere lo scarico di Rivers dopo il pick’n’roll di quest’ultimo con DeAndre Jordan.

Harris porta in dote anche la capacità di trattare più che discretamente il pallone e, per esempio, creare gioco per sé e per i compagni giocando situazioni di pick’n’roll non solo come bloccante – come vedremo più sotto – ma anche come ball-handler. Qui sfrutta un blocco in punta di Jordan, legge la situazione e si arresta per un comodo tiro dai 5 metri.

La citata abilità di trattare il pallone gli permette anche di condurre contropiedi per tutti i 28 metri del parquet. Nell’azione sopra affronta una situazione di semi transizione offensiva e con un saggio uso del corpo arriva a concludere al ferro, sfruttando anche la non eccelsa difesa in transizione dei Suns.

Da non sottovalutare anche la sua capacità di giocare lontano dalla balla e sfruttare i blocchi. Qui, dopo aver ribaltato il lato con l’aiuto di DeAndre Jordan, sfrutta proprio il blocco in punta del centro dei Clippers per ricevere palla in una situazione dinamica, leggere la difesa e infilare due punti.

Infine, può eseguire giochi a due anche in vesti di bloccante. Più che di pick’n’roll, però, si rivelano spesso essere situazioni di pick’n’pop. In questa occasione, dopo aver portato un blocco si apre dietro la linea dei tre punti e – complice anche l’illuminante dietro-schiena del playmaker serbo – genera un tiro con ampio spazio.

In conclusione, alla luce delle azioni analizzate, si possono cogliere alcuni aspetti delle opzioni che Harris porta in dote ai Clippers e, più in generale, delle sue tendenze in chiave offensiva. Innanzitutto è interessante osservare la spaziatura con lui in campo: salvo giochi a due tra di loro, è estremamente raro trovare Jordan e Harris nella stessa porzione del parquet. Inoltre è lampante come il nuovo Clipper prediliga giocare fronte a canestro, spesso partendo oltre l’argo dei tre punti per poi arrestarsi o andare fino al ferro. Il suo trattamento di palla e la sua capacità di correre il campo gli permettono poi di trovarsi perfettamente a suo agio in una squadra che – data la scarsità di talento causa infortuni – ha necessità di correre in transizione per mettere punti a referto.

L’innesto di Tobias è stata un’ottima aggiunta per la banda di Doc Rivers, soprattutto perché permette ai Clippers di rimanere competitivi e ampliare le loro opzioni offensive senza per questo pregiudicarsi il futuro a livello salariale nell’immediato. Certo, se i Velieri dovessero decidere di continuare il loro matrimonio con Tobias è prevedibile che dovranno mettere mano al portafogli, ma potrebbe dover essere una condizione necessaria se volessero effettivamente rimanere competitivi nel breve periodo senza finire nel temutissimo limbo.




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