Lo strano caso di Marcus Smart: giocatore indispensabile ma dal futuro incerto




Marcus Smart è un giocatore molto difficile da inquadrare per l’NBA moderna. Il prodotto di Oklahoma State University, draftato dai Celtics con la sesta scelta assoluta nel 2014, contraddice tutti i principi con cui solitamente si suole intendere il ruolo di point-guard o shooting-guard. Nel suo essere alieno rispetto a quasi tutto i pari-ruolo, Smart è però un giocatore indispensabile per la franchigia diretta da coach Stevens. Il #36 di coach non è solo un sontuoso difensore, ci soffermeremo dopo su questo aspetto, ma anche lo specchio, nel bene e nel male, della sua franchigia.

Volete un esempio di quanto detto finora? Immediato post-gara della partita persa contro i Lakers, con i Celtics  che hanno appena raccolto la quarta sconfitta in quattro partite, per giunta contro gli eterni rivali. Nell’albergo c’è delusione, rabbia e nervosismo: Smart si fa interprete di tutti e tre i sentimenti dei suoi compagni di squadra. Entrato in camera, probabilmente ripensando ai tre buzzer-beater sbagliati contro Kuzma e soci, sferra un violento pugno contro la cornice di un quadro procurandosi un taglio alla mano che lo terrà fermo per circa due settimane. Il giocatore si scusa subito con tutti ma questo non lo salva dalle ire di un coach Stevens amareggiato, e forse imbarazzato, per quanto accaduto. Signore e Signori questo è Marcus Smart.

Marcus Smart, l’arte di essere indispensabili

Come affermato poco fa Smart non è una guardia moderna: nel 2018 non sarebbe molto saggio avere nel proprio roster un esterno che tira con il 35% dal campo (contando almeno 10 tentativi) ed il 29.8% da tre (1,4 tiri convertiti su quasi 5 provati a partita), il tutto con 28/30 minuti a disposizione in ogni match. Qualsiasi altro giocatore verrebbe definito “deleterio”, ma non nel caso di Smart.

Smart può benissimo difendere sia su ali “pesanti” che su rapide guardie

L’ex OSU è inamovibile nelle gerarchie di coach Stevens e, numeri alla mano, è uno dei meno sostituibili tanto a livello difensivo quanto offensivo. Le doti difensive di Smart sono piuttosto note: 1,94 cm x 100 kg lo rendono un mastino in grado di difendere agevolmente su 3/4 ruoli. Non a caso il suo defensive rating è di 98.9, l’ottavo migliore della lega ed il secondo migliore della franchigia del Massachusetts. Con Smart in campo gli avversari tirano con il 47.8%, mentre con la nostra guardia seduta in panca le percentuali avversarie schizzano al 50%. Coach Stevens solitamente accoppia Marcus con l’attaccante più pericoloso, a prescindere dal ruolo (memorabile la sua difesa su Millsap nella gara di PO tra Celtics ed Atlanta di due anni fa), e il #36 attua una difesa asfissiante specialmente off the ball per rendere quanto più difficoltosa al suo diretto rivale la ricezione (citofonare ad un certo James Harden per avere conferme) ed eventualmente contestare il tiro.

Percentuali al tiro rivedibili, ma se trovato sugli scarichi piedi a terra Smart fa la differenza

Tuttavia, la caratteristica che rende la personalità in questione un giocatore imprescindibile per i Celtics è la sua aggressività. Questa sua peculiarità però rappresenta, in determinate circostanze, un problema. Se da un lato la sua grinta è positiva in quanto lo porta ad essere un agonista in attacco ed in difesa, dall’altro spesso la stessa porta Smart a prendere decisioni sbagliate, specie per quanto riguarda la shots selections. Infatti Smart pur essendo estremamente efficace in attacco, con lui in campo l’attacco dei Celtics ha un offensive rating di 106 (6,8 di più rispetto a quanto è seduto in panchina), è in realtà poco produttivo: sono solo 10,1 i suoi ppg in 30 minuti di utilizzo con le percentuali sopracitate. Spesso il problema di tali numeri non è la meccanica di tiro ma la scelta in sè dei tiri: non è raro vedere il #36 tentare triple improbabili, inutili jumper dalla media, o tiri contestati con percentuale di riuscita ai limiti dell’impossibile. Tuttavia, il ventitreenne è bravo a “mascherare” queste sue lacune coinvolgendo al massimo i suoi compagni di squadra: i suoi assist di media sono 4,7 e paradossalmente la percentuale di squadra con lui in campo resta invariata.

In ottica playoffs sarà interessante vedere che tipo di lavoro attueranno le difese avversarie su di lui. Se da un lato è un giocatore battezzabile dalla linea dei tre punti, dall’altro nessun difensore lo lascerebbe libero a cuor leggero. La sua presenza, già decisiva in difesa, potrebbe risultare fondamentale anche in attacco, specie se migliorasse un minimo le percentuali diventando un tiratore credibile. Questo lavoro in realtà Smart l’ha già svolto nella passata estate, lavorando tutta l’estate sul proprio fisico (perdendo 8kg) e sul tiro, il quale però, ad oggi, continua ad essere un problema.

Un futuro tutto da definire

Per l’ex giocatore dei Cowboys, nonostante il ruolo recitato fino a questo momento nei Celtics, il futuro è una vera e propria incognita. Il ragazzo infatti sarà restricted free agent in estate e per i Boston occorrerà ben presto prendere una qualche tipo di decisione. Poco dopo l’inizio della stagione Smart si è lamentato di non aver ricevuto proposte di estensione di contratto da parte di Ainge e soci, e questo dimostra chiaramente che la sua intenzione sarebbe quella di rimanere a Boston alla corte di Brad Stevens. Tuttavia se in estate qualcuno dovesse bussare alla sua porta per offrirgli un contratto allettante, il giocatore non potrebbe non sedersi ad ascoltare, con i Celtics che comunque avrebbero la possibilità di pareggiare qualunque tipo di offerta. E qui nasce la vera domanda: lo faranno?

Indubbiamente Smart è l’incarnazione di quel Celtic’s pride tanto osannato dai tifosi quanto vituperato dai rivali. E’ amato dal TD Garden e dal suo coaching staff, tuttavia, qualora qualcuno dovesse offrire cifre altisonanti per lui, non è detto che il caro Danny Ainge decida di pareggiarle. Sicuramente le due parti potrebbero tentare di giungere ad un accordo prima della FA, ma ad oggi Marcus Smart è in bilico. Per ora sono solo ipotesi, ma quello che è sicuro è che il caso quel del #36 from Oklahoma State University è davvero strano.



Aspirante giornalista, un giorno ho incontrato la palla a spicchi e me ne sono innamorato. Cerco di coniugare la mia passione per il basket con quella della scrittura. Tifoso dei Celtics grazie a Kevin Garnett e Paul Pierce sogno di visitare il TD Garden


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