La fuga dei talenti ad Ovest è giunta al termine.

Leave the West behind: la migrazione da Ovest a Est dei talenti NBA




Tutti li tempi tornano, li uomini sono li medesimi

Niccolò Machiavelli

È normale che un trend si inverta. È normale che i cicli finiscano. Quindi, probabilmente, è solo questione di tempo prima che rapporti di forza ormai consolidati si invertano. Uno dei temi NBA di cui si è discusso, spesso anche a sproposito, negli ultimi anni è la superiorità – o presunta tale – del talento ad Ovest. Che questa non sia mera diceria lo si può capire da diversi fattori, e andremo in ordine di credibilità crescente nell’analizzarli.

Primo indizio: negli ultimi sette anni, prima della riforma dell’All-Star Game, l’Ovest ha sconfitto l’Est sei volte, e sebbene questa manifestazione non sia di certo vangelo, come sostengono molti commentatori rimane pur sempre un ottimo indice dei rapporti di forza all’interno della NBA.

Secondo indizio: nella stagione 2014-15, solo tre giocatori dell’Est sono entrati in un All-NBA Team (LeBron James, Pau Gasol e Kyrie Irving), ed uno di loro oggi gioca ad Ovest. Questo numero salì a 4 nella stagione successiva (LeBron James, Paul George, Andre Drummond, Kyle Lowry), di cui uno si è spostato ad Ovest e tre erano nel terzo quintetto. Lo scorso anno si arrivò a sei giocatori su quindici (l’onnipresente James, Giannis Antetokounmpo, Isaiah Thomas, Jimmy Butler, John Wall e DeMar DeRozan), due dei quali sono andati ad Ovest. Facendo due rapidi calcoli, negli ultimi tre anni la percentuale di giocatori dell’Est scelti per un All-NBA Team è del 29%. Di questi 13 giocatori su 45, 4 (quindi il 30%) si è spostato ad Ovest. Queste cifre sembrano destinate a confermarsi anche per la stagione che sta per concludersi (facendo una previsione dovrebbero essere sei i giocatori dell’Est scelti), e sono tali da indicare con chiarezza che sì, ad Ovest c’è più talento. Ma è possibile un’inversione di tendenza sin dalla prossima stagione? Secondo chi scrive, un capovolgersi della situazione è probabile sul lungo termine e non è da escludersi che una prima svolta possa avvenire già nella prossima offseason.

Per rispondere a questa domanda dobbiamo dapprima capire quali siano le cause di questo squilibrio di talento fra le due conference. Una prima analisi interessante è valutare quanti dei giocatori inseriti nei quintetti All-NBA dal 2014-15 ad oggi sia entrata a far parte di questi con la casacca della squadra che li ha draftati: 12 su 15 nel 2015, 13 su 15 nel 2016 e 12 su 15 l’anno scorso. Una previsione per quelli di quest’anno si attesta sui 10/11 su 15. Questi dati sembrano dirci una cosa, per quanto abbastanza scontata: il talento di alto livello si drafta, difficilmente si acquisisce via trade o via FA. Abbastanza stupido da dirsi, ma ovviamente più alta la scelta al draft, maggiori le probabilità di pescare un futuro All-NBA, e se davvero le squadre ad Est sono più deboli di quelle ad Ovest, alla lunga la loro posizione media al draft sarà più alta rispetto quelle dell’ovest, dando loro la possibilità di pescare giocatori più promettenti. Nel prossimo Draft, a meno di ribaltoni dati dalla sorte, 7 delle prime 11 scelte saranno in mano a squadre dell’Est. E’ vero, esiste le disfunzionalità di molte franchigie, ma i numeri difficilmente mentono: anche le zucche rotolano se lasciate cadere da una collina. Mi risulta davvero difficile pensare che, se mai Orlando dovesse pescare Doncic alla 1, questo dovrebbe impedire allo sloveno di entrare un giorno in un All-NBA Team.

Certo, potreste rispondermi voi, ma lo sviluppo dei giocatori pescati al Draft è una scienza non esatta. Anche per questa ragione è interessante analizzare quali siano stati i fattori che hanno portato dei giocatori All-NBA a cambiare casacca negli scorsi anni e, in base a queste, capire se sia possibile una parziale contro-fuga di talenti verso Est sin da questa estate. I giocatori All-NBA che si sono spostati negli ultimi tre anni sono i seguenti: LaMarcus Aldridge, Pau Gasol, DeMarcus Cousins, Chris Paul, Blake Griffin, Kyrie Irving, Kevin Durant, Paul George, Isaiah Thomas e Jimmy Butler. Aggiungo qualche altro nome di giocatori “borderline All-NBA”, cioè quei giocatori che sebbene non siano stati selezionati per un quintetto All-NBA siano nella discussione per esserlo o siano stati selezionati per degli All-Star Game recentemente. Tra questi abbiamo Al Horford, Gordon Hayward e Paul Millsap. Uno per uno, elenchiamo i motivi per cui questi cambi di casacca sono avvenuti, dividendoli in macroblocchi che, sommariamente, racchiudono tutte le ragioni per cui qualcuno vorrebbe cambiare squadra: soldi, maggiori possibilità di vincere un anello (racchiuderemo qua dentro anche chi va in una franchigia con del talento potenziale), rebuilding della squadra che lo scambia. Stiamo dando per scontato che NESSUN giocatore nella NBA nel proprio prime o ancora sulla cresta dell’onda sia disposto a rinunciare a somme di denaro ingenti pur di inseguire un anello: quando indicheremo il denaro come una delle cause che hanno spinto un FA a scegliere una squadra, intendiamo dunque dire che quell’offerta sia stata molto probabilmente fuori mercato (non sbagliata, v. Horford per i Celtics, semplicemente fuori mercato).

LaMarcus Aldridge: 100% maggiori possibilità di vincere un anello;

Pau Gasol: 80% maggiori possibilità di vincere un anello, 20% soldi;

DeMarcus Cousins: 100% rebuilding (o 100% disfunzionalità, se preferite);

Chris Paul: 60% rebuilding (soprattutto col senno di poi), 40% maggiori possibilità di vincere un anello;

Blake Griffin: 100% rebuilding;

Kyrie Irving: 100% pride (seriously, come lo inquadro questo? Direi 100% presunte maggiori possibilità di vincere un anello/disfunzionalità, ma parlare di disfunzionalità per una squadra che ha fatto tre Finals di fila mi sembra esagerato. Per Kyrie definirò dunque una nuova categoria oltre al pride. Kyrie si è dunque mosso per 80% paura di rimanere impantanato in una franchigia disfunzionale senza LeBron e 20% maggiori possibilità di vincere un anello: come dicevo prima, anche a lungo termine rimane sempre tale);

Kevin Durant: 173,92% maggiori possibilità di vincere un anello;

Paul George: 70% maggiori possibilità di vincere un anello, 30% rebuilding;

Isaiah Thomas: 100% Ainge (È sempre Ainge a darmi problemi. Come lo definisco questo? È una cosa che succede una volta ogni cinquant’anni che una franchigia scambi una stella per un’altra stella. Lo definiremo 100% upgrading, categoria appena definita, perché nessun GM traderà nei prossimi cinque anni la sua stella per arrivare ad un’altra stella. Aspettate, non è che Thomas non fosse una stella?);

Jimmy Butler: 40% maggiori possibilità di vincere un anello, 60% rebuilding;

Al Horford: 80% maggiori possibilità di vincere un anello, 20% soldi;

Gordon Hayward: 100% maggiori possibilità di vincere un anello;

Paul Millsap: 70% soldi, 30% maggiori possibilità di vincere un anello;

Quindi, ricapitolando: di questi tredici nomi, otto si sono mossi con ragione principale quella di avere maggiori possibilità di vincere un anello, tre a causa di rebuilding della squadra che li ha scambiati, uno per soldi e l’ultimo è Isaiah Thomas. Possiamo dunque trarre la conclusione che le stelle in NBA difficilmente si muovono per soldi, perché comunque ovunque vadano riceveranno molto probabilmente un max contract o un close-to-max contract. Si muovono quasi sempre, invece, perché credono in un progetto, a breve o a lungo termine che sia, o perché la franchigia per cui giocavano è arrivata ad un punto morto dello sviluppo e vuole ripartire da (quasi) zero. Cosa deve avere questo progetto per essere in grado di attirare dei giocatori All-NBA, siano essi Free Agent o ancora a roster di altre franchigie su cui possano fare pressioni proprio come hanno fatto Kyrie e Paul George? Beh, deve contare su un’organizzazione molto seria e vincente alle spalle (Aldridge e Gasol agli Spurs, Irving e Hayward ai Celtics) oppure una stella top 10 già fra i propri ranghi (Harden per CP3, Westbrook per George, un soon-to-be top10 in KAT + un POTENZIALE ottimo terzo violino in Wiggins per Butler, e l’ONU per Durant).

Stiliamo dunque ora una lista di potenziali destinazioni per i top FA che si affacceranno sul mercato quest’estate, basandoci sui criteri appena enunciati, o di franchigie che hanno un pacchetto di asset+talento tale per cui possano potenzialmente acquisire un talento via trade a stretto giro di posta.

Los Angeles Lakers: possono liberare cap space fino a 61 milioni, società storicamente vincente.

Philadelphia 76ers: possono liberare fino a 31 milioni di cap space, hanno due giocatori che molto probabilmente verranno inseriti in un quintetto All-NBA (Embiid e Simmons), più una pletora di giocatori dall’avvenire più certo che incerto (Fultz, Saric, Covington).

Houston Rockets: impossibile prevedere quanto cap avranno in quanto dipende da troppe decisioni (Paul UFA, Capela RFA, Ariza UFA, LMAM UFA) e via dicendo, ma di sicuro saranno nella conversazione qualora un grosso nome dovesse muoversi.

Phoenix Suns: 13 milioni di cap, con la possibilità di farli diventare circa 37 liberando i contratti di Chandler e Dudley all’ultimo anno. Un futuro All-Star a roster insieme ad uno dei rookie che più ha fatto vedere e che più ha potenziale, uniti ad una scelta verosimilmente in top3 e a tutte le loro prime scelte, oltre ad altre due o tre prime scelte provenienti da altre squadre.

Boston Celtics: tutti stiamo aspettando l’ultima mossa di Ainge, che però non potrà arrivare dal mercato dei FA a meno di Sign&Trade, dal momento che Boston ha il cap saturato per la prossima stagione.

Milwaukee Bucks: la possibilità di giocare con un giocatore top5 della lega che ha soli 24 anni è allettante per chiunque voglia salire a bordo di un progetto ancora da finalizzare.

Miami Heat: non darò Pat Riley per morto nemmeno con del mogano sopra.

Abbiamo dunque una frontrunner chiara sia ad est che ad ovest (Philadelphia, Lakers), una squadra già in ottima posizione ma che probabilmente sarà ben attiva sul mercato o dei FA o delle trade (Houston e Boston) e due dark horses (Suns e Bucks, che hanno già dimostrato di essere desiderosi di mostrare a Giannis che ci stanno provando, v. Bledsoe), più una super organizzazione che è stata in grado di uscire da una fase di rebuilding in un anno grazie ad una meta super attrattiva e ad una delle menti cestistiche più brillanti di sempre (Miami Heat). Gli FA in premio quest’estate sembrano avere un futuro più o meno scritto, è vero, ma i nomi sono importanti: Durant, LeBron, George, Paul, Cousins, DeAndre. Ci sono poi giocatori di seconda fascia, che ancora non sono a livello All-NBA ma che potrebbero arrivarci in futuro, tra tutti Capela. Giocatori che invece potrebbero essere raggiungibili via trade, a prezzi più o meno alti, sono Davis, Leonard, Marc Gasol e Kemba Walker. Interessante notare come di questi, solo due militano ad est (James e Kemba), mentre i restanti nove militano ad ovest. Se Durant e Paul sembrano destinati a rimanere ai loro rispettivi ovili, lo stesso non si può dire degli altri. Un profilo alla Paul George potrebbe essere la ciliegina sulla torta Sixers, mentre Davis sembra ormai da anni essere promesso sposo dei Celtics, che potrebbero essere una organizzazione in grado di attirare anche Leonard. Proprio la bomba esplosa recentemente in casa Spurs potrebbe portare Kawhi verso la costa Est: difficilmente infatti Pop lo cederà ad una diretta rivale all’interno della propria conference, a meno di offerte spropositamente più alte o di franchigie dell’Ovest così deboli da non costituire un problema nell’immediato e che possano offrire molti giovani e scelte in cambio (e tornano fuori nuovamente Suns e Lakers). Per questa ragione, Celtics, Heat e Sixers sembrano essere dei front-runner dichiarati nella corsa alla stella dei texani. Marc Gasol potrebbe invece essere un profilo interessante in ottica Bucks, dal momento che potrebbe essere raggiungibile con poco e risponderebbe ad ad un paio di esigenze immediate dei cervi: opzione offensiva a difesa schierata senza però perdere in rim protection qualora dovessero privarsi di Henson, capacità di playmaking dal post, discreta abilità dall’arco. Questa opzione potrebbe diventare ancora più percorribile qualora i Bucks dovessero arrivare sesti ad est mantenendo così la propria prima scelta.

Per concludere, non vanno dimenticate nemmeno alcune franchigie che avranno lo spazio per offrire il massimo salariale quest’estate. Giocatori come Cousins e DeAndre potrebbero essere fortemente attratti dall’opzione monetizzazione, dal momento che per entrambi probabilmente si tratterà dell’ultima possibilità della loro carriera per fare cash-in. La possibilità di offrire un massimo salariale quest’anno è un’arma più potente di quanto non lo sia stata negli anni passati, in quanto solo quattro squadre saranno in grado di offrirlo senza sacrificare talento: Lakers, Bulls, 76ers e Hawks. Sembra una mossa poco sensata per qualsiasi di queste quattro franchigie offrire un massimo o un contratto sile Lowry ad uno tra Boogie e DeAndre, ma non sottovalutate il risultato che potrebbero dare dei Bulls improvvisamente consci di essere gli unici disposti ad offrire un contratto a nove cifre ad un All-Star benché di ritorno da un tendine d’Achille ed un Boogie affamato di statistiche e di palcoscenici come è sempre stato.

Per concludere: sì, è indubbiamente vero che al momento nella NBA ci sia più talento ad Ovest, ma è altrettanto vero che a Est ci sono almeno tre/quattro franchigie che potrebbero essere in grado di attrarre talento nell’immediato futuro, chi per talento top10 nella lega già presente a roster (Philadelphia, Milwaukee), chi per organizzazione della franchigia (Boston, Miami). Come diceva Machiavelli, per l’appunto, “Tutti li tempi tornano, li uomini sono li medesimi“. Dopo anni di magra, è tempo per l’Est di tornare ad essere la metà dominante della pallacanestro americana, ed i prossimi dodici mesi potrebbero segnare un primo punto di svolta.



Classe 1989, co-fondatore di Vangelo Secondo Riquelme, progetto di story-telling sportiva, e di The ANDone Podcast, podcast settimanale sul mondo della palla a spicchi oltreoceano. Compenso al peccato originale di essere nato juventino tifando Phoenix Suns (mannaggia a te Steve). Ho la passione di raccontare storie, o con la penna o con la chitarra. C'è stato un periodo in cui sono stato addirittura una persona interessante, ma poi sono diventato ingegnere.


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