L’arte di reinventarsi: il ritorno di Superman Dwight Howard

Alla quattordicesima stagione della carriera, dopo aver girato cinque franchigie diverse, per otto volte All Star, Slam Dunk Champion 2008 ed aver giocato le Finals nel 2009 (e ce ne sarebbero ancora altri di riconoscimenti), è possibile essere ancora una sorpresa? Si può ancora stupire? La risposta, inevitabilmente positiva, porta il numero 12, ha due spalle discretamente larghe ed è soprannominata Superman. Ecco a voi  la versione targata Charlotte Hornets di Dwight Howard.

Un inizio complicato

La metamorfosi del nuovo Dwight Howard comincia da un periodo difficile: la costante involuzione dai tempi di Orlando, che aveva portato l’ex prima scelta a essere aspramente accusato di immaturità nei suoi mesi in maglia Lakers, Rockets e Hawks, sembrava proseguire anche in North Carolina. Svogliato difensivamente, efficiente a sprazzi in attacco, la sua primissima parte di stagione era trascorsa tra più ombre che luci. Poi una lenta ripresa, una crescita soprattutto sul piano della condizione fisica, che si manifesta nella prima mini-streak di vittorie degli Hornets: tre partite nella seconda metà di novembre in cui Howard fa registrare 22.3 punti col 75.6% al tiro, conditi da 16.3 rimbalzi e 2 stoppate a partita. “Superman è tornato?” viene chiesto a patron MJ, “Ce lo dirà il campo, lui pensi a migliorare ma ad essere sempre sé stesso”.

Il vero Superman

Una schiacciata di Howard

Howard sembra intendere alla lettera le parole di His Airness e recupera la versione di sé stesso che più piace ai suoi tifosi. Dominante sotto le plance, intimidatore vicino al suo ferro e devastante su quello avversario, Howard torna a collezionare alley-oop e giocate spettacolari, con tutto il sistema di coach Clifford che ne giova, potendo contare sempre sull’aiuto del proprio centro. Le cifre più rilevanti riguardano proprio i rimbalzi con 9.3 di media difensivi e 12.7  totali, i dati più alti da quando ha lasciato i Magic. Ma più che i numeri, sono le situazioni di gioco che sottolineano quanto Howard sia fondamentale per le ambizioni di Charlotte. La sua difesa sui pick’nroll quest’anno è quanto più si avvicina a ciò che aveva mostrato nel triennio da Defensive Player of the Year, con un’ottima la capacità di muovere i piedi e ostacolare palleggiatore e bloccante grazie alla sua enorme stazza fisica. Howard è tornato sé stesso, proprio come speravano MJ e Clifford, ma non è finita qui.

 

Un Howard più coinvolto

Non è finita qui perché, come detto e come facilmente intuibile, il miglioramento di Howard coincide con un miglioramento del collettivo, una crescita nella coralità del gioco che ha come motori pulsanti proprio il nostro Superman e Kemba Walker. Le abilità di ball-handling e playmaking del freschissimo All-Star esaltano Howard, che sfrutta i giochi a due per inchiodare schiacciate e alley-oop a ripetizione. Vi è poi il ritorno di Nicolas Batum, unico all-around player a roster per gli Hornets, capace di esaltare l’ex Rockets nelle situazioni di pick’nroll, ma anche nel creargli spazio per gli uno contro uno in post basso e, eventualmente, muoversi a seconda degli aiuti facendo di lui anche un discreto assistman (quasi 2 a partita).

Superman 2.0

Howard in palleggio

La trasformazione del nuovo Howard, però, ha come atto fondamentale la creazione di un nuovo modo di essere pericoloso offensivamente. Nella NBA moderna in cui si cerca di aumentare la pericolosità di ogni giocatore, si chiede ai lunghi di non essere realizzatori solamente da 3-4 metri dal ferro ma di ampliare il loro range di tiro anche fino a 6 metri, come dimostra la presenza nella Lega di più di qualche centro tiratore dall’arco. Howard, pivot per certi versi di vecchio stampo, ha stupito tutti lavorando sul proprio uno contro uno e sul proprio arsenale offensivo in maniera incredibile e portando in campo soluzioni che fino a qualche tempo fa sembravano impensabili per un giocatore della sua stazza. L’esempio migliore è sicuramente la nuova pericolosità di Howard dal palleggio, “through the handles” detta all’americana: ricevendo a 5-6 metri dal canestro, punta il suo uomo e con cambi di mano e finte di corpo si apre la via per un canestro facile. Controllo del corpo, velocità di piedi e abilità nel palleggio: skills da guardia se vogliamo, ma incredibilmente efficaci nel confronto tra Howard e i suoi pari ruolo. E poi vi è il tiro dal mid-range, cresciuto come percentuali e fiducia nel prenderlo. Emblematica la vittoria degli Hornets in casa Warriors nella quale la difesa di coach Kerr (non proprio l’ultima della Lega), per arginare Walker e gli esterni degli Hornets hanno concesso troppo spazio ad Howard che ha infilato più di qualche jumper dalla medio-lunga distanza, risultando molto decisivo.

Probabilmente gli Charlotte Hornets faticheranno a recuperare il terreno dalle squadre che occupano gli ultimi posti disponibili per la postseason, occupati da Sixers e Heat, ma indubbiamente le loro ambizioni passano per le mani e le grosse spalle del loro centro, un giocatore di livello assoluto che anche alla quattordicesima stagione NBA è capace di reinventarsi e stupire noi appassionati. In bocca al lupo Superman, di certo l’ammodernamento del gioco non sarà la tua Kryptonite.



Appasionato dello sport in generale, gioco a basket da quando avevo 5 anni, sogno di diventare giornalista sportivo e i miei idoli sono Kobe Bryant, Valentino Rossi e Alex Zanardi.


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