Anthony Davis e DeMarcus Cousins, New Orleans Pelicans

I New Orleans Pelicans sono alla ricerca della loro identità




Il 2017 dei New Orleans Pelicans ha vissuto due fondamentali momenti di hype: il primo all’arrivo di DeMarcus Cousins, aggiunta che sulla carta per qualcuno significava addirittura che i Pelicans avrebbero potuto mettere in difficoltà Golden State in un serie playoff grazie alla fisicità sotto canestro; il secondo dopo gli arrivi di Rajon Rondo e Tony Allen, coppia di guardie che avrebbe dovuto garantire una buona circolazione di palla ed una solida difesa, a discapito della pericolosità sul perimetro.

Nel primo caso a spegnere il sacro fuoco nei tifosi ci ha pensato il decimo posto, con conseguente esclusione dai playoff, degli uomini di Gentry nella scorsa regular season; nel secondo gli infortuni hanno congelato ogni congettura: in 18 partite abbiamo infatti visto soltanto pochissimi minuti dei due giocatori insieme sul parquet. Nonostante l’hype non sia mai stato sostenuto dal riscontro sul campo, i Pelicans stanno andando tutt’altro che male: il record di 10-8 vale ad oggi il settimo posto nella Western Conference (ritenuta una delle più competitive degli ultimi anni), con la ciliegina sulla torta della vittoria contro i Cavaliers. Inutile dire che il merito di questi risultati è principalmente delle due “twin towers” Anthony Davis (25.9 punti ed 11.2 rimbalzi a partita) e DeMarcus Cousins (26.4 punti e 13.1 rimbalzi a partita).

L’importanza di Davis e Cousins

Il valore dei due lunghi nel roster dei Pelicans è davvero inestimabile, una stranezza vista un’NBA che in questi anni è stata dominata da chi ha saputo mettere in campo i quintetti più pericolosi da tre punti, spesso ricorrendo allo small-ball con lunghi meno fisici ma maggiormente in grado di spaziare il campo. Nonostante le cosiddette contender non abbiano a roster centri in grado di aprire il campo, vedi Tristan Thompson nei Cavs, Zaza Pachulia e JaVale McGee negli Warriors, Clint Capela nei Rockets e Steven Adams nei Thunder, tutte hanno ali grandi capaci di aiutare la loro squadra da oltre l’arco: Kevin Love, Draymond Green, Ryan Anderson e Carmelo Anthony sono infatti tutti giocatori in grado di dare un apporto molto più variegato rispetto a quello dei lunghi vecchio stile.

DeMarcus Cousins è l’onda da cavalcare per i Pelicans

L’evoluzione però non si ferma qui. Poter schierare un intero quintetto pericoloso dall’arco senza perdere centimetri preziosi in difesa è sicuramente il passo successivo allo small-ball, ed è quello che sta provando a fare Philadelphia con Joel Embiid, Minnesota con Karl-Anthony Towns, Denver con Nikola Jokic e proprio New Orleans, non solo con Cousins ma con lo stesso Davis. L’ex Sacramento sta tirando col 31.8% da 3 in questa stagione su 7.2 tentativi di media a partita, mentre il prodotto di Kentucky addirittura con il 37.8% seppur su un campione nettamente più ristretto di: 2.2 triple tentate di media a partita. Detto questo è abbastanza chiaro che le basi per poter costruire un progetto solido intorno a questi due giocatori ci sarebbero tutte.

Un roster inadeguato

In estate le cose non sono però andate così. Se gli spot di 4 e 5 sono occupati da due dei migliori giocatori della Lega, lo stesso non si può dire degli altri ruoli. L’errore in fase di costruzione della squadra da parte della dirigenza dei Pelicans è stato evidente, ma non si sa secondo quale logica sia stato commesso. Probabilmente si è ritenuto che le “twin towers”, ormai fuori moda, si potessero utilizzare al meglio con i due arrivi di cui sopra: un playmaker vecchio stile come Rajon Rondo per innescare le loro manovre offensive e una guardia come Tony Allen per dare una sorta di bilanciamento difensivo con l’aiuto di Dante Cunningham. Non si spiega altrimenti la presenza in quintetto di un giocatore da 5.2 punti, 3.6 rimbalzi e 0.8 assist a partita con percentuali tragicomiche come il 26.8% da 3 punti o il 56% ai liberi.

L’infortunio di Rondo ha però lasciato campo aperto a Jrue Holiday. Si poteva pensare che i Pelicans ne avrebbero guadagnato in termini di punti, anche dall’arco visto che il numero #11 tira col 36% in carriera da 3. Quest’anno però le sue percentuali si sono abbassate fino ad un misero 22.5%, decisamente insufficiente. Holiday inoltre ha un contratto il cui valore ammonta a 131 milioni (rinnovato in estate rendendolo il più pagato della squadra), della durata di 5 anni: sarà dunque difficile scambiarlo, o anche solo limitarne il minutaggio, nel caso non tornasse a giocare ai livelli a cui ci aveva abituato nella passata stagione.

Tony Allen, New Orleans Pelicans

L’highlight di Tony Allen in maglia Pelicans fino ad oggi è il suo ritorno a Memphis da avversario

Tony Allen invece non è mai partito in quintetto e non è ancora ad inserirsi nei meccanismi di una squadra che ad oggi non ha né un’identità difensiva né offensiva: nei suoi 13.9 minuti a partita segna appena 4.9 punti con il 25% da 3 punti ed il 22% ai liberi (70% in carriera).

S’intravede qualche spiraglio di luce nelle prestazioni di Jameer Nelson (il suo taglio da parte dei Nuggets è stato davvero oro colato per New Orleans), E’Twaun Moore, Ian Clark e soprattutto Darius Miller, salito alla ribalta dopo una prestazione da 5/8 al tiro pesante nella vittoria contro gli Atlanta Hawks. Tutti e quattro tirano con percentuali superiori al 30% da tre, Miller e Nelson addirittura sopra il 40%, vero e proprio oro colato per una squadra così bisognosa di tiratori che possano segnare dagli scarichi dei loro big man.

Possibili soluzioni

Così come sono ora, i Pelicans sembrano essere irrimediabilmente condannati alla mediocrità, ma Alvin Gentry ha lo spazio di manovra per fare meglio. Dante Cunningham è una PF costretta a giocare da SF per la presenza di Anthony Davis, ma con un Darius Miller in questo stato di forma si può promuovere il numero #21 in quintetto e far entrare Cunningham a partita in corso, anche per far rifiatare lo stesso Davis che sta giocando 37 minuti a partita, non un dato particolarmente rassicurante visti i suoi numerosi infortuni da stress.

Quella di DeMarcus Cousins è sicuramente l’onda da cavalcare in questo momento. Il giocatore è all’apice della sua maturazione, finalmente se ne sente parlare solo per grandi prestazioni e non per i suoi numerosi falli tecnici (la gomitata a Russell Westbrook è l’eccezione che conferma la regola). Le sue cifre rispetto alle stagioni precedenti sono state tutte ritoccate verso l’alto (fatta eccezione per i punti), in particolare gli assist: “Boogie” mette a referto 5.4 passaggi vincenti a partita (3.1 di media in carriera) grazie al suo lavoro in post ed alla sua ottima visione di gioco.

Con un quintetto in cui si troverebbe con Moore, Miller, Davis e Cousins, Jrue Holiday potrebbe perdere responsabilità per quanto riguarda il tiro da fuori e guadagnare spazio in area, dove tira col 55.7%, sfruttando gli spazi offerti dai compagni che attirano la difesa sul perimetro. Questo però vorrebbe inevitabilmente dire spostare in panchina un Rajon Rondo che da quando è tornato a disposizione di Gentry ha giocato da starter quattro delle cinque partite con i Pelicans.

Con questi accorgimenti, New Orleans potrebbe continuare il suo volo verso i playoff. L’ultimo ricordo della post season nella città del Jazz risale a tre anni fa, quando i Pelicans subirono lo sweep dai Golden State Warriors. Quella fu la prima e, fino ad ora, unica esperienza di Anthony Davis ai playoff, che è pur sempre una in più di DeMarcus Cousins.

L’ora è giunta, due giocatori come loro devono assolutamente prendersi il palcoscenico che meritano: la post season.




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