Houston Rockets, endless possibilities




Che qualcosa di straordinario stia accadendo in Texas, sponda Houston Rockets, è sotto gli occhi di tutti. Che questo qualcosa non fosse così scontato quest’estate può dirsi un dato di fatto, soprattutto quando si leggono opinioni, anche importanti, risalenti a quest’estate.

Mentre le opinioni estive sono ormai valide soltanto per rinfacciarle al Bill Simmons di turno o per poter dire “Ve l’avevo detto”, i fatti odierni, quelli della regular season, valgono ogni giorno di più. Fact #1: al momento in cui scrivo gli Houston Rockets sono la squadra col miglior record della Lega con 24 partite vinte e 4 partite perse. Fact #2: gli Houston Rockets sono 14-0 nelle partite in cui Chris Paul è sceso in campo, pertanto hanno una striscia aperta di 13 vittorie (la quattordicesima partita è stata l’opening game contro gli Warriors). Le ragioni dietro questo filotto di vittorie sono tanto semplici quanto molteplici, e meritano dunque di essere analizzate una alla volta.

CHRIS PAUL, A NEW WAY TO ASSIST – Cominciamo da colui che sembra essere la vera chiave di volta della stagione Rockets, Chris Paul. CP3 ha vinto la classifica degli assist quattro volte nella sua carriera, pertanto non fa troppa notizia il fatto che, se avesse un numero di partite sufficiente per qualificarsi in questa classifica, sarebbe il leader della lega in questa statistica grazie ai suoi 10 passaggi vincenti a partita. Persino il suo assist/turnover ratio, uno spaventoso 4.2, è in linea con quanto già fatto vedere negli anni passati. Quello che invece meraviglia di più è la distribuzione di questi assist: nella striscia corrente, Paul ha distribuito il 54% dei suoi assist per tiri da tre, mentre il suo massimo stagionale prima di arrivare a Houston era stato 31%. Questo dato ha come diretta conseguenza il fatto che l’eFG% dell’intera squadra passa dal 54,3% quando Paul siede in panchina ad un impressionante 61,6% con lui in campo.

Dal 16 novembre, data del suo ritorno, Luc Mbah a Moute ha portato la sua percentuale da tre dal 34,1% al 43,5%, Ariza dal 32.3% al 45.2%, PJ Tucker dal 33.9% al 41.5%, Ryan Anderson, sull’intesa del quale con Paul torneremo a parlare successivamente, dal 36.1% al 47% (!). Lo stesso Harden ha visto, seppure leggermente, alzare le sue percentuali da un già ottimo 38,8% al 40,1%. Tre indizi fanno una prova, si suol dire. Qui di indizi ne abbiamo addirittura cinque, quindi potete farci una prova e tenerne pure un paio di riserva.

CP3 MEETS MOREYBALL – Nell’azione qui sotto Paul, dopo uno switch difensivo, si ritrova ad essere marcato da Brook Lopez. “Clipper Paul” avrebbe probabilmente messo sui pattini Lopez per concludere l’azione con un jumper dalla media, tiro di cui è uno degli interpreti principali. Ovviamente, questo tipo di tiri è mal tollerato nella Moreyball, che vive unicamente di layup e triple, pertanto quello che fa Paul è tentare la penetrazione e scaricare fuori per Harden quando vede che la via del layup è chiusa. Continua poi l’azione portandosi in angolo, dove viene completamente dimenticato da Brook Lopez, per prendersi uno dei tiri statisticamente più redditizi del gioco del basket.

Quello dei mid-range jumper di Paul era uno dei maggiori argomenti degli scettici sull’integrazione di CP3 nel sistema D’Antoni questa estate. Quest’anno infatti ben nove giocatori hanno individualmente preso più tiri dalla media di tutti i Rockets messi assieme, Aldridge su tutti. Paul si è adattato velocemente a questo stile di gioco: quest’anno il 46,5% dei suoi tiri viene da dietro l’arco (solo l’anno scorso in carriera aveva superato il 30%), mentre i tiri che non siano layup o triple sono stati limitati al 40% quando mai erano scesi sotto il 53% in carriera. A tutto questo, Paul aggiunge la percentuale da tre più alta della sua carriera (41,8%), ed è secondo nella lega in percentuale su triple dal palleggio (38,6% su 4 tentativi a partita), secondo solo ad Harden (41,9% su 8,1 tentativi a partita). Sulla selezione di tiro di CP3, dunque, tutte le bocche aperte quest’estate sono state messe a tacere.

SAVING PRIVATE RYAN – Fra tutti i tiratori di cui si è visto improvvisamente circondato al suo arrivo a Houston, Ryan Anderson è sicuramente quello con cui CP3 ha trovato l’intesa migliore. Come tutti sanno, Houston è particolarmente famosa per il suo sistema offensivo, e non a caso è la squadra col miglior Offensive Rating della Lega (113.8), ma in particolare, fra tutti i duetti che hanno giocato più di 100 minuti insieme questa stagione per Houston, la coppia migliore in fase offensiva è stata proprio quella formata da Paul e Anderson (123.5 OffRtg in 211 minuti sul campo). Quest’ultimo sta avendo la sua migliore stagione al tiro grazie a una eFG% del 60,3%; se questa statistica non bastasse, eccone un’altra: Anderson tira 2,7 triple a partita su passaggi di Paul, e le mette col 73,1%. “Me la passa esattamente quando ho spazio, e la cosa mi aiuta come tiratore. So esattamente quando mi arriverà il pallone. Ovviamente lui è Chris Paul, è un grandissimo playmaker, e la cosa mi aiuta molto”.

I complimenti però non sono unidirezionali, in quanto lo stesso CP3 ha avuto parole al miele per Anderson. “Anche se non la mette, tutti quanti hanno il League Pass. Sai che intendo, vero? Ormai tutti sanno di cosa è capace Ryan, e anche se non la mette, gli avversari devono comunque marcarlo quando è fuori dall’arco. Quando Ryan è sulla linea da 3 ed è il tuo uomo, tu non porti un aiuto perché sai che ha il grilletto facile“.

In realtà, dire linea da 3 quando si parla di Anderson è riduttivo. Nelle ultime 13 partite, 19 delle sue 25 triple su assist di Paul sono arrivare dagli otto ai dieci metri dal canestro, tanto da far dire a D’Antoni che “Sta tirando da metà campo senza sbagliare nulla”.

Questo è particolarmente vero nelle situazioni di pick-and-pop giocate tra Paul e Anderson. Nella clip, si può vedere come Anderson porti un blocco altissimo a Paul per poi allontanarsi ulteriormente dall’arco. Risultato, Anderson si prende una tripla a circa nove metri e mezzo dal canestro, ovviamente senza uomo davanti – chi mai dovrebbe seguire un pick&pop a dieci metri dal canestro? – che altrettanto ovviamente mette.

Un altro gioco molto usato dalla coppia Paul-Anderson involve un terzo uomo (solitamente Nenè o Capela) ed è una combinazione di dribble-handoff, pick-and-roll e precisione dalla lunga distanza.

Si comincia con dribble-handoff Nenè-to-CP3, che si trasforma in un’azione di p&r grazie al blocco di Nenè. Nel momento in cui Paul batte il suo uomo, colui che stava sul rollante deve uscire su Paul e l’uomo che sta marcando Anderson in angolo deve aiutare sul rollante. Quindi Anderson si trova da solo in angolo, puntualmente trovato da CP3, ed il risultato è quasi scontato. Questa combinazione è la stessa che vediamo nella clip successiva, ma eseguita dal trio Harden-Capela-Gordon.

PAUL & HARDEN, WITH A LITTLE HELP FROM MY FRIENDS – Dopo tutto questo parlare su Paul, ancora non è stato toccato il punto più importante di tutti: Paul fa rifiatare Harden. Basti pensare che nelle 14 partite in cui Paul era alle prese con un infortunio, Harden ha avuto un usage rate del 36.5%, sceso al 32.3% da quando Chris è tornato a disposizione. Questo potrebbe pesare in particolar modo a maggio, al fine di evitare che Harden arrivi alla canna del gas come fu l’anno scorso nella serie contro gli Spurs. Non è solo una questione di ridistribuzione del carico, si tratta anche di un innalzamento della qualità di gioco. L’offensive rating di Houston quando i due sono in campo insieme è di 121.5, contro il 113.8 di squadra.

Come si può leggere dal tweet di Bill Simmons ripreso ad inizio articolo, il dubbio principale di quest’estate era su chi dei due avrebbe avuto il pallone quando entrambi fossero stati in campo. La risposta si trova abbastanza facilmente guardando il video che segue.

Spesso, molto spesso, Paul sta semplicemente in angolo. Certo, si tratta di usare una Ferrari per fare quello che si potrebbe fare con una BMW, ma ciò non toglie che comunque Paul assolva questo compito piuttosto bene. Ma come detto da D’Antoni quest’estate, la parte più importante dell’avere CP3 a roster ed il suo stesso obiettivo era quello di avere una futura point-guard hall-of-famer sempre in campo. Questo ha richiesto un piccolo sacrificio da parte di Paul, che comincia la partita ma si accomoda in panchina dopo 5 minuti circa (cosa che succede anche nel terzo quarto), salvo poi rientrare dopo altri cinque minuti quando Harden si concede una piccola pausa. In maniera abbastanza controintuitiva, in questi frangenti il ritmo di gioco dei Rockets si impenna e i giorni dei “Seven-Seconds-Or-Less” Suns sembrano non essere poi così lontani. Paul è il vero gestore di questa giostra, e sembra che tenere questi ritmi non sia particolarmente stancante per lui anche perché, a detta sua, sono gli altri che corrono. “È una figata. Il campo è aperto, sembra quasi di stare in estate quando faccio partite al campetto. Non scherzo, ed è così perché ho tiratori dovunque io guardi. La cosa bella è che qui la gente tira. Nelle mie squadre passate, a volte creavo un tiro per un giocatore, questo non se lo prendeva, mi ridava il pallone e io dovevo ricominciare tutto da capo”.

Per avere conferma di ciò, basta guardare ai numeri di Paul, che gioca 20 minuti a partita con Harden e 11 senza di lui. Nonostante questo, in questi undici minuti Paul fa quasi gli stessi assist (4.8) che fa nei 20 minuti con Harden in campo (5.2). Le sue cifre proiettate sui 36 minuti quando Harden non è in campo sono jaw-dropping: 31 punti, 6.8 rimbalzi, 14.7 assist e 4 palle rubate tirando col 53.3% dal campo e 50% da 3. Dopo aver letto questi numeri, forse non è così stupefacente pensare che il miglior momento dei Rockets in questa striscia vincente sia arrivato proprio con Harden in panchina, nel parziale di 25-0 con cui i Rockets hanno ribaltato e vinto la partita contro gli Hornets. Parziale durato poi non molto: 4 minuti e 42 secondi. Time for a Harden’s breather.

JAMES HARDEN, STILL MY SHOW – Benché lo usage rate di Harden sia per ora il più alto della sua carriera (35.2%), questo numero è destinato a calare. Quello che veramente è cambiato è l’efficienza con cui Harden gestisce il pallone. In particolare, la sua percentuale di palle perse è passata dal 19.5% dell’anno scorso al 14.7% di quest’anno e la sua eFG% è passata dal 52,5% al 55,1%. Questo è senza dubbio frutto della maggiore freschezza che Harden ha messo in mostra durante le partite in cui Paul è tornato a fargli da scudiero.

Oltre a ciò, Harden guida la lega in punti per partita (alla prima stagione sopra i 30, 31.3, unico nella lega sopra i 30) ed ha un PER di 31.7, più di quattro punti più alto rispetto al suo massimo in carriera ottenuto l’anno scorso. Parte di questa spaventosa produzione offensiva è dovuta all’efficienza che Harden sta avendo nei giochi in isolamento: The Beard aveva guidato la lega per punti in iso plays già nei due anni passati (6.4ppg e 6.6 ppg, rispettivamente), ma quest’anno i suoi numeri hanno registrato un salto notevole fino ad arrivare a 10.6 punti a partita ottenuti tramite isolamenti. Non è una mera questione di quantità, ma anche di efficienza, poiché coi suoi 1.28 punti per possesso in isolamento Harden risulta essere il giocatore più efficace della Lega in queste situazioni. Basti pensare che, in situazioni con sette palleggi o più, i numeri di Harden sono passati al 53,3% dal campo (44,1% da 3) contro il 43,1% dell’anno passato (33,3% da 3).

Un ingrediente che il cuoco ha aggiunto al suo gioco in isolamento è sicuramente un migliorato step-back, soprattutto nel tiro da fuori.  Non a caso Mike Malone, coach di Denver, si è espresso così a riguardo: “Quello step-back-3 è letale. E’ un tiro sul quale puoi giocare una gran difesa e lui può segnare lo stesso. Ha bisogno giusto di quello spazio lì per tirare, è quello il problema. Cambi sul pick-and-roll, hai un uomo su di lui e pensi “Sì, ce l’ho! Questa volta ce l’ho!” Swish, Non ce l’avevi”. In effetti, Harden ha provato questo tiro 46 volte quest’anno, mettendolo in 26 casi (56.5%). Per capire quanto James abbia lavorato su questo fondamentale, basta pensare che nei tre anni a Oklahoma City l’aveva provato solo 13 volte. Lo ha preso 33 volte alla sua prima stagione a Houston, mettendolo col 30,3%, tanto che gli avversari erano ben contenti di lasciargli lo spazio per prendersi questo tiro. Negli anni si è passati poi al 35.3% su 37 tentativi, al 55.4% su 56 del 2015 ed al 40% in 70 occasioni dell’anno passato. Questi numeri sembrano destinati a migliorare ancora quest’anno, e lo step-back potrebbe essere il marchio di fabbrica del prossimo MVP della lega.

JUMP CLINT, JUMP! – Per qualche minuto ho cercato una buona introduzione a questo capitolo, ma non l’ho trovata. Pertanto ho deciso di cominciarlo così: Clint Capela è sesto nell’MVP ladder. E non è una battuta: è dietro solamente a Harden, James, Curry, Antetokounmpo e Durant. Capela sta avendo carrer-high in punti (14), rimbalzi (11.2), assist (1.2) e stoppate (1.8). La cosa incredibile è che sta facendo tutto questo in soli 25.5 minuti di gioco. L’aspetto più evidente del gioco di Capela è senza dubbio la sua capacità di concludere a canestro con una schiacciata servita da un lob di Paul o Harden su pick-and-roll (come testimoniato dall’immagine postata dallo stesso Capela non appena venuto a sapere dell’arrivo di Paul).

Capela è secondo solamente a Marc Gasol in punti segnati su pick-and-roll (63 a 60), ma lo ha fatto con 39 tentativi in meno dello spagnolo; Lo svizzero sta tirando col 67.7% dal campo, percentuale che sostanzialmente coincide con quella dei suoi giochi in p&r (67.9%), grazie alle 75 schiacciate con cui guida la lega. Se Capela dovesse continuare così, sarebbe il primo giocatore nella storia della NBA a chiudere con più di 13 punti ed 11 rimbalzi giocando meno di 26 minuti a partita. La capacità di Capela di prendere rimbalzi diventa ancora più evidente se si pensa che Houston è passata dall’essere ventunesima per rimbalzi difensivi durante la scorsa stagione all’essere la prima. Gran merito a riguardo va dato a Capela stesso, che prende 8.1 rimbalzi difensivi a partita, nettamente il miglior giocatore di Houston in questa categoria.

ERIC GORDON, FASTER THAN LIGHT – Un altro giocatore che sta dando una grossa mano alla causa D’Antoni è Eric Gordon. L’aspetto che più colpisce del gioco di Gordon quest’anno è sicuramente la velocità nel palleggio, come sottolineato da Zach Lowe in un suo articolo; non a caso, sebbene la sua percentuale da 3 sia la più bassa dal 2013 (34%), Gordon sta tirando col 69% al canestro arrivandoci praticamente a suo piacimento. Gordon punta al ferro 13 volte ogni 100 possessi contro le 9.6 della scorsa stagione, segnando 1.31 punti per possesso: in questa classifica, Gordon è undicesimo nell’intera Lega. Ancora più importante, fino ad ora Gordon è stato il complemento perfetto sia per Harden che per Paul quando uno dei due è in panchina per rifiatare. Nelle ultime sette partite, il trio Harden-Paul-Gordon ha visto il campo per 39 minuti, senza essere mai stato usato prima. Questo potrebbe essere il segnale che D’Antoni stia cercando di integrare Eric all’interno di un sistema che già prevede sia Paul che Harden, e la situazione è sicuramente da monitorare nelle prossime gare di regular season.

DEFENCE: TALK IT, TOUCH IT, SWITCH IT, GRAB IT – Finora ci siamo concentrati quasi unicamente sull’attacco di Houston, ma di certo anche la difesa sta facendo meglio del previsto. Che ci fosse stata un’inversione di marcia era chiaro anche l’anno scorso, quando l’ex assistente agli Heat e ai Grizzlies Bzdelik era arrivato alla corte di D’Antoni. Da subito ha cercato di trasmettere questo mantra ai suoi ragazzi: talk it, comunicate in difesa; touch it, toccatevi, sappiate dove siete; switch it, cambiate ogniqualvolta sia possibile, per non far prendere tiri da 3 facili, per forzare una palla persa; grab it, salite con cattiveria e tirate giù quel pallone.

Un ulteriore step è stato compiuto quest’anno: sapendo che chiunque sul campo dei tuoi compagni cambierà in maniera corretta, i quattro plus-defender di questa squadra (PJ Tucker, Luc Mbah a Moute, Ariza e Paul) possono lasciar sfogare i loro istinti difensivi, rischiare la palla rubata che altrimenti non rischierebbero. Ad esempio, nella clip qua sotto, se Harden non contestasse bene il passaggio ritardandolo e lasciando un angolo non ottimale, di certo Sabonis non avrebbe avuto una ricezione così complicata. Quel mezzo secondo così ottenuto grazie ad Harden consente a PJ Tucker di lasciare il proprio uomo e di fiondarsi per forzare la palla persa.

Certo, avere un leader difensivo in campo come Chris Paul ha aiutato molto Bzdelik, e non a caso Houston dal suo rientro ha il terzo rating difensivo della lega (settimo se si considera tutto l’anno) dopo aver avuto il diciottesimo l’anno scorso, ma non è affatto da sottovalutare il ruolo avuto in questa trasformazione da due difensori eccezionali acquisiti quest’estate come Luc Mbah a Moute e PJ Tucker.

P.J. & RICHARD, GOING SMALL – Per quantificare l’impatto che dei 3&D del calibro di LMAM e P.J. Tucker hanno avuto sul sistema Rockets, possiamo utilizzare il defensive rating come metrica: da un già ottimo 102.7 stagionale, con i due in campo si passa a 94.0 su 446 minuti giocati insieme. Oltre alla loro tenacia, ciò che balza agli occhi è la flessibilità dei due, l’essere capaci di marcare chiunque capiti loro a tiro. Durante il già citato match contro gli Hornets, P.J. Tucker ha marcato sia Kemba Walker che Dwight Howard. In altre parole, from 1 to 5. Proprio a questo riguardo, il maggior plus-minus per i Rockets si ha quando PJ Tucker gioca da centro, cioè nel sei per cento dei suoi minuti, quando la squadra fa registrare un impressionante +53.7. Dal momento che LMAM è il giocatore che gioca più spessso con Tucker, si può dire che possiamo considerare questo lineup di Houston come una sorta di risposta alla Death Lineup di Golden State, con Tucker preferito a Mbah a Moute nel ruolo da 5 per la sua massa muscolare e la sua abilità a rimbalzo. Questa è la massima concretizzazione del pensare di Bzdelik: cinque persone in grado di cambiare su pressoché ogni assegnamento difensivo e, incidentalmente, uno schieramento estremamente sostenibile in attacco poiché composta da cinque tiratori da 3 quantomeno affidabili.

Proprio questo lineup è stata parte fondante della rimonta contro Portland: sotto di 14 punti, Houston è stata in grado di rimontare e vincere di sette in meno di un quarto. Il concetto che vi sta dietro è abbastanza semplice: circondando Harden e Paul con altri tre buoni tiratori, si lascia sostanzialmente la possibilità a chi dei due è in controllo del pallone di andare in isolamento quasi ad ogni possesso. Non vuoi lasciare libero nessuno? Giochi un isolamento contro Harden. I risultati li possiamo vedere nella clip qua sotto.

Ti rendi conto che non puoi lasciare Harden da solo in isolamento? Bene, riempi l’area. Ovviamente Harden scaricherà sul perimetro per un open 3 di uno qualsiasi degli altri quattro in campo. Nel video sotto, il fortunato è PJ Tucker.

Certo, ci sono anche problemi relativi a questo lineup. Ad esempio, tutti conoscono i limiti difensivi di Harden, soprattutto sul pick-and-roll, o ancora tutti sanno che P.J. Tucker non supera di molto i due metri per centodieci chili, e può quindi essere spostato facilmente da veri centri di ruolo quale può essere Howard nell’occasione analizzata qui sotto. Qui Tucker esegue correttamente il tagliafuori, ma la stazza di Howard è troppo superiore e gli consente non solo di prendere il rimbalzo, ma anche di segnare e subire fallo.

Di certo questo schieramento, come tutti quelli privi di Ryan Anderson, può a volte soffrire di un attacco meno fluido o comunque privo della minaccia principale dall’arco per una squadra che fa del tiro da 3 la sua arma principale. In questo senso è stato particolarmente importante il contributo dato in attacco da Luc Mbah a Moute fino a questo momento: LMAM ha dimostrato infatti non solo di saper tirare da fuori (37,3% su 2.8 triple a partita), ma anche di saper arrivare al ferro con una notevole varietà di soluzioni, sia con la palla che con tagli dopo essersi liberato del proprio uomo. Il suo apporto quest’anno è stato così importante che il suo infortunio, che dovrebbe tenerlo lontano dal parquet per tre settimane, potrebbe evidenziare la prima falla del sistema D’Antoni, quella relativa al minutaggio dei suoi uomini chiave. Come da tradizione infatti D’Antoni utilizza una rotazione a otto/nove uomini (8 sopra i 25 minuti, Nenè borderline con 14 minuti di utilizzo, tutti gli altri sotto gli 8) che comporta minutaggi alla lunga non sostenibili per gli uomini chiave (Harden 36 minuti, Ariza 35, Paul 32, Gordon 31), soprattutto dato il ritmo a cui giocano questi Rockets. L’infortunio di Mbah a Moute potrebbe significare più minuti per Tucker ed Ariza, e durante gli scorsi Playoff abbiamo già avuto modo di vedere quali possano essere gli effetti di una squadra stanca quando l’asticella del gioco si alza.

Possiamo dunque dire che, senza alcuna ombra di dubbio, D’Antoni ha tra le mani una contender, situazione in cui mai si era trovato a Houston. La convinzione di poter battere Golden State sembra essere ben salda all’interno dello spogliatoio, tanto da far dire a Capela “Mi aspetto di batterli”. Mentre l’essere in una squadra che lotta per l’anello con legittime speranze è una situazione in cui gran parte del roster di Houston non si è mai trovata, non è di certo una novità per D’Antoni. Già nel 2005 e nel 2006 a Phoenix ha avuto una macchina ad alta cilindrata, senza però riuscire a farle tagliare il traguardo per prima: ora sta al Baffo dimostrare che in Arizona fu anche colpa della sfortuna se non riuscì a mettersi un anello al dito.



Classe 1989, co-fondatore di Vangelo Secondo Riquelme, progetto di story-telling sportiva, e di The ANDone Podcast, podcast settimanale sul mondo della palla a spicchi oltreoceano. Compenso al peccato originale di essere nato juventino tifando Phoenix Suns (mannaggia a te Steve). Ho la passione di raccontare storie, o con la penna o con la chitarra. C'è stato un periodo in cui sono stato addirittura una persona interessante, ma poi sono diventato ingegnere.


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