ESCLUSIVA NBAREVOLUTION – Around the NBA: intervista ad Austin Daye

NBA Draft 2009

Madison Square Garden, New York City

Con la 1° scelta assoluta è già stato selezionato Blake Griffin, e nelle tredici posizioni successive troviamo Hasheem Thabeet, James Harden, Tyreke Evans, Ricky Rubio, Jonny Flynn, Stephen Curry, Jordan Hill, DeMar DeRozan, Brandon Jennings, Terrence Williams, Gerald Henderson, Tyler Hansbrough ed Earl Clark.

Con la 15° scelta assoluta i Detroit Pistons scelgono…

Il protagonista della nostra intervista, nonché terzo capitolo della rubrica “Around the NBA“, è proprio lui: Austin Daye. Il classe ’88 di Irvine, California, è il 16° giocatore nella storia di Gonzaga ad essere scelto al Draft (l’ultimo, prima di lui, fu Adam Morrison, selezionato 3 anni prima con la 3° scelta assoluta dagli Charlotte Hornets), passando nella massima Lega mondiale, con qualche salto nella D-League, quasi 6 anni, principalmente tra Pistons, Spurs, Grizzlies e Raptors. C’è da dire che la fortuna (nonostante la vittoria dell’anello con San Antonio nel 2014) non è stata proprio dalla sua parte, in quanto all’interno delle varie squadre non è mai riuscito ad avere lo spazio necessario per esprimere quanto aveva fatto al college, non tanto per demeriti suoi, quanto più per la struttura e la dinamica dei vari ambienti di cui è entrato a far parte.

Nel novembre del 2015, dopo esser stato tagliato dai Cleveland Cavaliers, Daye decide di cambiare aria e continente, giocando una stagione con la Victoria Libertas Pesaro (2015-2016) e militando in seguito tra le fila di Galatasaray e Hapoel Jerusalem, per poi approdare nel gennaio 2018 all’Umana Reyer Venezia, squadra in cui milita tuttora e con cui ha vinto l’EuroCup nel 2018.

E’ proprio durante questo suo “soggiorno” al Palasport Giuseppe Taliercio che, grazie all’enorme disponibilità della società veneziana e dopo aver visto Bruno Cerella sfrecciare via dall’impianto in sella ad una mountain-bike degna di nota, siamo riusciti ad avere l’occasione di scambiare due parole con Austin, parlando della sua personale esperienza con il basket d’oltreoceano e delle differenze che questo presenta con quello europeo. Inutile dire che la nostra intervista si sia conclusa con le classiche domande di rito sull’attualità, con un suo personale pronostico sulla vittoria del Larry O’Brien Trophy  e sul premio di MVP.

Austin Daye con i nostri redattori, Sebastiano Barban e Andrea Grosso

Quali pensi siano le principali differenze tra il basket europeo e quello espresso oltreoceano?

La NBA è più legata all’intrattenimento, come dimostra la regola dei 3 secondi difensivi, è ovviamente più atletica e con una migliore qualità dei giocatori. In quell’ambiente è più difficile allenare perché c’è molto più ego e ci sono personalità diverse da gestire. Qui in Europa, invece, è più difficile segnare perché ci sono meno spazi, c’è più una mentalità da college con un miglior atteggiamento difensivo.

Pensi che questa disparità a livello difensivo sia data da una mancanza di intensità?

Non direi che ci sia una vera e propria differenza di intensità. Credo semplicemente che in NBA sia più facile segnare grazie alla regola dei 3 secondi difensivi, mentre in Europa è più difficile perché rischi sempre trovare un lungo in mezzo all’area pronto a contrastarti. Inoltre, qui puoi decidere di difendere box-and-one o di raddoppiare costantemente qualcuno, mentre in NBA è molto più difficile e sei costretto a difendere spesso singolarmente ogni 1vs1. L’attitudine è la stessa, non è vero che i giocatori non difendono con costanza o con cattiveria come spesso si dice, semplicemente è molto difficile fermare dei giocatori così talentuosi senza grossi aiuti.

In questo momento sei contento della tua esperienza europea o avevi altre aspettative?

Sì, sono molto contento e mi sono piaciuti i vari posti in cui sono stato. Venezia finora è stato il posto migliore, mi sono adattato molto bene. Ho sempre avuto rispetto per il basket europeo, dato che mio padre ha giocato qui per anni, e so che ci sono giocatori che pur essendo abbastanza forti per giocare in NBA hanno scelto di non farlo, come mi dice sempre mio padre. Per esempio, il coach dello Zalgiris è stato per anni una point guard di livello NBA ma ha preferito rimanere qui [si riferisce alla leggenda lituana Šarūnas Jasikevičius].

Pensi mai ad un ritorno in NBA?

Ogni tanto ci penso, ma non è un qualcosa di ricorrente, non ho ancora pensato di cercare di tornarci con tutte le mie forze. Dopo un altro paio d’anni qui potrei riprovarci, ma non si sa mai.

Nel 2014 hai vinto un anello, mentre l’anno scorso hai portato a casa la FIBA Europe Cup: ovviamente la differenza di prestigio è enorme, ma secondo te è meglio vincere le Finals da role player oppure una coppa europea da star?

Nonostante la differenza di importanza, scelgo di vincere una EuroCup da protagonista piuttosto che un anello da semplice role player. Ho giocato qualcosina durante i PO, ma nella serie contro Miami non ho praticamente visto il campo. Sicuramente se avessi un un ruolo da protagonista del roster che vince una coppa europea o il campionato sarei più emozionato di quando ho vinto il titolo NBA con ruolo marginale.

Passiamo alla tua carriera NBA. Dopo aver giocato per Gonzaga sei stato selezionato con la 15° scelta assoluta dai Detroit Pistons al NBA Draft del 2009: quel è stato l’impatto con la Lega?

La mia esperienza è leggermente diversa da quella di altri giocatori giovani perché fui scelto da Detroit, che non era una team giovane o un team consolidato che cercava di rimanere in zona PO, ma una squadra abbastanza vecchia che provava a trascinarsi fino alla postseason. Non era un progetto di rebuilding, eravamo un progetto fatto e finito che cercava di confermarsi su certi livelli, ma non eravamo abbastanza forti. Certe cose le ho vissute in modo diverso rispetto ad altri ragazzi, perché dove giocavo l’ambiente era particolare, c’erano molti veterani. Però al di là di tutto giocare per Detroit e poi per San Antonio è stata una grande, grandissima esperienza.

Hai avuto qualche veterano che ti ha fatto da mentore? E chi è stato il tuo compagno di squadra preferito?

Ben Wallace e Rip Hamilton, soprattutto Rip. Loro due, insieme a Tayshaun Prince, sono i giocatori a cui ero più legato. Il mio compagno di squadra preferito probabilmente era però Charlie Villanueva, che è ancora un mio amico, mentre il miglior giocatore con cui io abbia mai giocato è senza dubbio Tim Duncan.

Quali sono state le città dove hai giocato che ti sono piaciute di più?

In NBA la città in cui mi è piaciuto di più giocare probabilmente è stata Toronto, mentre qui in Europa decisamente Venezia.

Durante la tua carriera NBA sei stato parte di molte trade: cosa pensi ti sia mancato per avere più successo e cosa cambieresti delle tue scelte oltreoceano?

Non so cosa cambierei, credo di essere stato scelto in un ambiente che non era giusto per me, quindi non è stata una questione di scelte. A Detroit avevo Tayshaun Prince davanti, e gli ho fatto da backup per due anni. Nel mio secondo anno giocai bene, e prima del mio terzo anno mi dissero che avrei fatto parte dello starting five da quel momento in poi. Tuttavia, in seguito assunsero un nuovo coach [Lawrence Frank, ndr] che decise di mantenere Prince titolare per avere più veteran leadership, così finii per fare il backup per altri due anni. Il problema è che sono sempre finito in squadre ben fornite nel mio ruolo, sia Detroit e San Antonio che Toronto, non squadre che cercavano di dare opportunità a giocatori giovani e freschi. Credo che se mi fosse stata concessa l’opportunità di giocare 25-30 minuti a partita, opportunità che oggi viene data a tanti altri ragazzi di giovane età, avrei avuto una carriera migliore, ma sono sempre stato in situazioni a me non congeniali.

Qual è la tua opinione sull’All-Star Game? Pensi dovrebbe essere più competitivo?

E’ divertente, il fatto che siano i giocatori stessi a scegliere la composizione dei roster, e non più solo i fan, è molto meglio di prima, veramente cool. Non credo che debba diventare più competitivo, altrimenti non tutti potrebbero vedere il proprio giocatore preferito in campo. Inoltre, se lo rendi troppo serio potrebbe succedere qualcosa di spiacevole. I giocatori non hanno molto tempo per riposarsi, quindi credo sia giusto che l’All-Star break sia una vera e propria pausa dalla tipologia di basket che si mette in campo durante tutta la stagione.

Cosa ne pensi dei superteam e dell’odio verso i Golden State Warriors?

A mio parere LeBron ha creato MySpace, e Golden State ha creato Facebook [ride]. È ciò che accade, crei qualcosa e poi quel qualcosa viene massimizzato da altri. Molti dicono “Eh ma LeBron ha fatto le cose in modo diverso”, ma la realtà è che LeBron andò a Miami con probabilmente la miglior power forward nella Lega di quel momento e la terza miglior shooting guard di sempre. Andò lì con l’intenzione di vincere e ci riuscì in parte, ma il suo obiettivo era quello. E’ lui ad aver iniziato questa tendenza. Spero che quest’estate Kevin Durant e Kyrie Irving vadano a New York e ridistribuiscano il talento all’interno della Lega: così qualsiasi squadra con due star nel proprio roster potrebbe provare a vincere. Tre o quattro star in una sola squadra sono troppe.

Quest’anno chi vincerà il Larry O’Brien Trophy? E il premio di MVP della RS?

L’anello lo vinceranno i Warriors. Mi sorprenderei se non lo vincesse Golden State. In una serie di sette partite è molto complicato battere tutto quel talento e quell’esperienza. Loro sono quattro anni che arrivano là (alle Finals, ndr) e quel livello di esperienza fa davvero tanta differenza. Adesso che hanno DeMarcus Cousins come fai a fermarli? Per una, due o tre partite ti può andare bene, puoi essere fortunato, ma è troppo difficile batterli sulle sette partite.

Il premio di MVP invece, uhm, è complicato. Direi James [Harden], per tutti i punti che fa e per come sta trascinando la squadra. Giannis sta giocando benissimo, ma lo penalizza il fatto che non sappia tirare, e credo che ciò gli giocherà molto a sfavore ai PO perché non avrà tutti quei falli fischiati a favore e quelle occasioni che ha adesso. Nel clutch time vedo sempre James prendere il controllo, mentre per Giannis è molto più difficile essere incisivo nel quarto periodo a causa del suo tiro, quindi piuttosto gli si vede fare qualche buona giocata per i suoi compagni, che stanno giocando molto bene. Non ho grossa fiducia nei confronti dei Bucks, ne ho di più in Houston, perché ha una squadra migliore e possono andare più lontano. Vedo Philadelphia, Toronto e Boston meglio dei Bucks, semplicemente perché le vedo di più come “squadre da PO”: la postseason è diversa dalla regular season, tutte le piccole cose diventano fondamentali, gli scouting report sono ancora più importanti e l’intensità si alza veramente a dismisura. Anche i Mavericks furono sconfitti dai Warriors nonostante avessero il primo seed [nel 2007, ndr].

Quali sono al momento la tua squadra e i tuoi giocatori preferiti? E chi invece era il giocatore che ti piaceva di più quand’eri bambino?

Sinceramente non guardo una squadra in particolare, seguo soprattutto le partite dei tanti amici che ho nella Lega. Vedo giocare tutti i ragazzi dalla California, specialmente Klay [Thompson] e James [Harden], e tifo per loro quando giocano. Finché uno dei miei amici vince, io sono contento. Quando ero bambino invece mi piaceva molto Larry Bird, e ovviamente mio padre [ride]. Aggiungerei anche Paul Pierce e Dirk Nowitzki. Si, direi loro.



Veneziano classe '98. Grande appassionato di basket (anche se seguo in generale praticamente ogni sport), ma anche di musica e film. Sono cresciuto inseguendo la figura di Kobe Bryant e ho due frasi preferite riguardo lo sport: "Hard work beats talent when talent fails to work hard" (Kevin Durant) e "Ever tried. Ever failed. No matter. Try again. Fail again. Fail better" (Samuel Beckett).


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *