Melvin Ejim, Reyer Venezia

ESCLUSIVA NBAREVOLUTION – Around the NBA: intervista a Julyan Stone e Melvin Ejim




Eccoci al primo episodio di Around the NBA, una nuova rubrica in cui andremo a intervistare personalità che hanno avuto o che hanno a che fare con la lega più famosa del mondo. Oggi, come pienamente anticipato, andremo a sentire quanto dichiarato da Julyan Stone e Melvin Ejim, attualmente in forza alla Reyer Venezia nella nostra Serie A. Il primo, dopo quattro anni all’università di El Paso (di cui è il miglior assistman nella storia dell’ateneo) ed essere rimasto undrafted, è passato per Denver, Toronto e Indiana, con varie presenze in D-League e un totale di 47 partite in NBA. Il secondo, invece, dopo quattro anni a Iowa State (può vantare di essere stato eletto Player of the Year della Big 12 e di essere stato All-American) e l’etichetta di undrafted, ha deciso di tentare il salto oltreoceano con la Virtus Roma, non tornando più indietro se non per qualche esperienza nella Summer League o in D-League. Due giocatori che quindi hanno assaggiato il sapore del “piano di sopra”, e che nonostante si trovino a un oceano di distanza continuino a guardare con interesse il mondo NBA, sia per ambizione personale sia per amore per la pallacanestro. Sentiamo cosa ci hanno detto a riguardo.

Julyan Stone e Melvin Ejim con i nostri redattori Andrea Grosso, Daniele Sorato e Sebastiano Barban

Vedi una grande differenza tra il basket giocato qui e quello oltreoceano?

JS: Assolutamente sì. Il gioco in NBA è molto più veloce e atletico, i giocatori sono più esplosivi… Il gioco europeo tende molto di più a congestionare il pitturato, è un gioco più ragionato.

ME: Sì, ci sono sicuramente delle differenze, anche nelle regole: in NBA sono fatte in maniera tale che tu possa giocare 1vs1, mentre in Europa si gioca molto di più zona, più aiuto dal lato debole. In NBA la regola dei 3 secondi difensivi in area non ti permette di stazionare lì troppo a lungo quindi ci sono molte più aperture per il gioco 1vs1, il ritmo è più alto, ci sono più possessi e le partite terminano con punteggi più alti. È un gioco più spread-out, in sostanza. Anche le regole sui passi sono diverse (waaay different, interviene Stone), quindi ciò che puoi fare con la palla può sembrare molto diverso da cosa vedi fare in Europa.

Avete giocato entrambi in D-League. Per un undrafted, come voi due, è meglio tentare di farsi vedere in D-League o in Europa?

JS: Penso che dipenda tutto dalla situazione. Se sei un giocatore che è andato vicino a firmare con una squadra NBA e si sente di avere una buona chance, credo che la D-League sia una buona scelta. Invece per un giocatore che non è ancora pronto per la NBA penso che sia giusto andare in Europa, farsi notare e farsi i propri soldi il più velocemente possibile.

ME: Esattamente. Dipende tutto dalla propria situazione: qualcuno va in D-League per svilupparsi, le stesse squadre NBA li piazzano lì perché crescano e migliorino, mentre qualcun altro si affaccia lì solo per cercare un’opportunità. Dipende tutto dalla tua situazione: qualcuno va in Europa perché sono nati lì, poi provano a giocarsi la carta NBA o rimangono qui perché si vive bene e si gioca comunque un basket di alto livello. Dipende da cosa stai cercando, da quanto vicino sei effettivamente a farcela: è specialmente quest’ultimo criterio a decidere per te, se stare in D-League aspettando una chiamata o se andare in Europa.

La pallacanestro è cambiata tanto negli ultimi anni. Si tira più da 3 e si corre in contropiede più di prima. Come la pensate su questo cambiamento e com’è cambiato il vostro gioco di conseguenza?

JS: Il gioco si evolve continuamente, non penso che un cambiamento faccia necessariamente “bene” o “male”. Con le regole di adesso però, specialmente in NBA, è difficile per un giocatore essere fisico. Ai fan questo gioco piace, sicuramente è un grande intrattenimento. Personalmente sono un grande fan della pallacanestro old school, però d’altra parte oggi è molto importante che la gente si sieda in tribuna e si goda la partita.

ME: Penso che la pallacanestro viva attraverso “fasi”, specialmente in NBA, e questa è una fase in cui tutti sono attratti da un gioco veloce, in cui tiri molto da 3 e attacchi il canestro. Però si sviluppano comunque giocatori diversi tra loro, con uno skill set proprio, quindi si vedranno sempre differenze e cambiamenti nel modo di giocare. Non tutte le squadre NBA giocano “alla moderna”, molte lo fanno, però è solo una tendenza che potrebbe cambiare con la prossima “fase”. Se si sviluppano tanti lunghi dominanti si dovrà rallentare il gioco e renderlo più interno, più ground and pound. Penso che la fase di adesso sia molto divertente da vedere, ma cambierà sicuramente.

Se giocassi in NBA e potessi scegliere una squadra, dove credi che ti potresti esprimere al meglio?

JS: Onestamente non mi interesserebbe. Non mi importa. Andrei dovunque abbia la possibilità di giocare ed esprimermi. Penso che tutti vogliano andare di là, ma nessuno lo vuole fare per stare in panchina e collezionare DNP. Quindi qualsiasi squadra mi dà la possibilità di go out there and hoop, ecco dove andrò.

ME: Ci sono così tante squadre per cui sarebbe bello giocare… Riguarda tutto se si ha effettivamente un’opportunità di giocare e dare un contributo, conta molto di più la situazione della squadra che la squadra in sé.

Il vostro giocatore preferito attuale, del passato e quello a cui vi ispiravate quando eravate bambini?

JS: Ero un grandissimo fan di Magic Johnson, ma il mio giocatore preferito di sempre è Penny Hardaway. Adesso mi piace molto veder giocare LeBron perché gioca nel modo giusto [the right way, come direbbe Larry Brown], fa tutto in campo, e lo rispetto moltissimo.

ME: Il mio giocatore preferito di sempre è Hakeem Olajuwon; è nigeriano, è un hall of famer, ha fatto così tanto nella sua carriera e aveva uno skill set impressionante. È stato una sorta di rivoluzionario per il gioco in post e un pioniere di tantissimi altri venuti dopo di lui. Il giocatore che mi diverto di più a guardare in TV oggi è Joe Johnson: amo il suo modo di giocare, è un buon tiratore, è smart e sa fare tutto in attacco. Mi piace molto anche Melo, perché mi fanno impazzire i lunghi versatili, che hanno sia gioco in post sia la capacità di segnare dal perimetro, e il suo gioco è il più pulito di tutti. Ma sì, decisamente il mio giocatore preferito è Joe Johnson.

Chi vincerà il Larry O’Brien Trophy?

JS: Non ne ho la più pallida idea, veramente. Non lo so, sul serio. Tutti sanno e anche io credo che alla fine sarà una tra i Cavaliers o gli Warriors, ma non riesco proprio a fare una previsione per quel match-up.

ME: Vedremo, non lo so. [Si ferma qualche secondo] Potrei anche dire San Antonio o Houston, mi piacciono molto anche loro. So quasi per certo che a Est ci saranno i Cavs, e in ogni caso è difficilissimo scommettere contro LeBron, di questi tempi.

Domanda secca: il vostro MVP.

ME: James Harden.

JS: Russell Westbrook.

[Ridono, e parte la bagarre]

ME: Russ mi piace, ha fatto qualcosa di storico…

JS, interrompendolo: Ha tenuto una tripla doppia di media. Una tripla doppia!

ME: Doveva farlo! Non aveva altra scelta.

JS: Anche Harden doveva, eppure…

ME: Come on, the n***a had more assists tho!

JS: Pensala così, ascoltami. Con il roster di OKC, li ha portati alla postseason! È una squadra da D-League.

ME: Don’t do that to me, man, don’t do that.

JS: Vuoi dirmi che sono una squadra da Playoff?

ME: Sì, l’hanno dimostrato, ci sono arrivati.

JS: Nay, nay, nay.

ME: Se tiene una tripla doppia di media, vuol dire che qualcun’altro deve pur segnare! Non è che porti la palla fino al canestro, la dia al compagno e bam, bucket.

JS: Sì invece!

[discussione che prosegue accesa tra parole indistinguibili e frasi a metà]

ME: Se lo vince Russ non sarà uno scandalo, ma Harden lo merita di più.

JS: Ma perde tantissimo la palla, è il primo in NBA.

ME: RW era dietro di lui, secondo, in palle perse.

JS: Sì, però era comunque dietro.

ME: Era indietro anche negli assist, pur con tutte quelle triple doppie. E James è comunque arrivato secondo anche nel numero di triple doppie!

Julyan, quando eri a Toronto hai giocato con DeRozan. Com’era quando giocavi con lui e cosa pensi del suo sviluppo e del giocatore che è ora?

Ho giocato con lui sin da quando avevo 15 anni. Abbiamo giocato insieme e l’ho visto crescere: lavora durissimo ed è un ragazzo tranquillo, ma ha una mentalità da killer. È un ragazzo di L.A. che è cresciuto guardando e ispirandosi a Kobe. È un ottimo tiratore dal mid-range e un ottimo giocatore, ma credo che sia ancora uno scalino più in basso rispetto allo status di superstar. O meglio, è una superstar ma è lontano dal calibro di giocatori come LeBron, Kawhi, ecc., è più al livello di Dame Lillard, tanto per dirne uno.

Melvin, hai giocato con la nazionale canadese al fianco di giocatori affermati in NBA come Andrew Wiggins e Tristan Thompson. Come si comportano in Nazionale, com’è stato con loro e approcciano le partite in maniera diversa?

No, tutti giocano allo stesso modo. Quando si tratta della nazionale, tutti portano la propria esperienza da posti diversi e si cerca di combinarla. Non è che approccino il gioco in modo diverso, ma vedono le cose in maniera differente e hanno accesso a uno skill set più ampio. Però quando si è lì, tutti insieme in nazionale, si tratta più di uno sforzo collettivo più che di diverse individualità.

Ultima domanda. Siete d’accordo con la scelta compiuta da Kevin Durant?

JS: Tutti lo criticano, però penso che se prendi una decisione, sai anche che potrei tener fede alle promesse fatte ed essere all’altezza. Bisogna rispettare il fatto che abbia deciso di fregarsene dell’odio dei tifosi; da un punto di vista competitivo avremmo tutti sperato in una decisione diversa, però se è felice per se stesso e non si sente abbattuto è qualcosa da rispettare. Chiunque vuole rendere la propria carriera e la propria esperienza di vita con la pallacanestro la migliore possibile.

ME: Non penso che dovrebbe importare così tanto, è un professionista e ha fatto la sua scelta. Era free agent e ha deciso di andare dove credeva che sarebbe stato meglio. Se non piace alla gente non importa, lui è lì. È stata una sua scelta, nient’altro.

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Veneziano, classe '99. Appassionato di basket (e di qualsiasi sport in generale), di musica e di cinema. Cresciuto con il mito di Iverson, la frase preferita è di Tim Duncan: "Good, better, best. Never let it rest. Until your good is better, and your better is best."


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