Giannis Antetokounmpo, Milwaukee Bucks

Don’t call me bust: ecco perché etichettare un rookie come fallimento è da stupidi




Ogni mattina sui social network, al sorgere del sole, un buon intenditore di basket si connette e sa che dovrà essere più rapido del leone da tastiera o il rookie verrà etichettato come bust. Ogni mattina sui social network, al sorgere del sole, un leone da tastiera si connette e sa che dovrà essere più rapido del buon intenditore di basket o non riuscirà a sparare la sua sentenza. Ogni mattina sui social network, al sorgere del sole, non importa che tu sia un leone da tastiera o un buon intenditore di basket, l’importante è essere il più rapido.

Ho preso un famosissimo proverbio africano, l’ho attualizzato alla nostra società e, infine, adattato al nostro contesto. Fidatevi, svegliarsi ogni mattina e leggere sentenze qua e là sui rookie dopo un po’ diventa anche disturbante psicologicamente.

All’inizio di questa stagione, parlando tra amici, si sospettava che uno come Lonzo Ball avrebbe attirato tutte le critiche di questo mondo ad ogni partita negativa, e allo stesso modo abbiamo sospettato che ad ogni buona prestazione si sarebbe trovata gente sul web che l’avrebbe trattato già come un Hall of Famer. Man mano si sono formate quindi due schiere ben distinte e in guerra tra loro che si alternano a seconda dei numeri di Ball ogni notte. Esperienza personale su uno dei gruppi di appassionati NBA più famosi d’Italia: dopo la prima partita dei Lakers contro i Clippers (3 punti, 4 assist, 9 rimbalzi e il famoso benvenuto di Patrick Beverley) ne abbiamo lette di tutti i colori (“bust”, “non sa tirare”, “non riuscirà a dire la sua nella Lega”). Ripeto, prima partita.

Poi seconda partita contro Phoenix (29 punti, 9 assist e 11 rimbalzi) ed ecco che l’altra schiera si fa avanti. E’ una sorta di dissing che va avanti da mesi, perché questa diatriba e tutto l’hating nei confronti di Zo nasce sostanzoalmente dalle parole di LaVar Ball e dal fatto che UCLA non sia arrivata in fondo all’ultima March Madness.

Markelle Fultz, Philadelphia 76ers

Markelle Fultz, già etichettato da qualcuno come bust nonostante ad oggi abbia giocato soltanto da infortunato

E se per la questione di Lonzo un minimo di giustificazione alla guerra mediatica riesco a concepirla, l’accanimento di contro Markelle Fultz mi ha fatto mettere le mani nei capelli, chiudere gli occhi e pregare qualunque Santo e Dio esistente di far ritornare il lume della ragione a certe persone. In linea generale, siamo tutti a conoscenza del problema alla spalla della scelta numero 1 al Draft 2017. Ciò ha fatto sì che non potesse giocare al massimo delle sue possibilità e anzi, lo ha costretto a modificare radicalmente la sua tecnica ai tiri liberi nelle prime partite giocate a causa del dolore che tirare con la sua abituale meccanica gli causava (senza contare che, dopo una stagion eccelsa da oltre l’arco al college, nelle prime uscite NBA Fultz non ha tentato neanche una tripla proprio a causa del dolore). Nonostante ciò però anche su di lui si è scatenato un putiferio unico con sentenze al limite della decenza.

Ma di esempi di rookie che sono stati definiti “bust” dopo neanche la fine della prima stagione se ne possono trovare infiniti. Uno dei più recenti ed eclatanti è forse il caso Joel Embiid. A causa degli infortuni ha saltato le prime due stagione in NBA, giocando effettivamente per la prima volta solo lo scorso anno. Ma quando due anni fa non ha giocato per tutta la stagione, ha ricevuto sentenze che poi ha smentito sul campo nelle, purtroppo poche, partite in cui è sceso in campo nella scorsa stagione, e sta ribadendo il concetto anche in questa prima fase diventando sempre di più una presenza fondamentale per i 76ers. Addirittura c’era chi lo aveva etichettato come “bust” o come “finito” senza mai averlo visto giocare. Onestamente sarei curioso di sentire il parere di quelle persone oggi.

Da aspirante bust a candidato MVP, non basta neanche Kawhi Leonard a convincervi?

Non vi basta? Bene, perché un altro caso, anche se per alcuni tratti diverso dal precedente, di rookie chiamato “bust” è senza dubbio quello di Brandon Ingram. La scorsa stagione l’ha passata molto più in ombra di quanto in tanti si aspettassero e verso la conclusione della regular season (a dire il vero anche soltanto dopo una manciata di partite, ma sorvoliamo) sono spuntate molte sentenze nei suoi confronti. Sarà per il paragone con l’ultimo MVP delle Finals Kevin Durant che ci si aspettava, ma chiamarlo “bust” dopo una sola stagione non eccellente a giudicar dai numeri (ricordiamo che non tutti i rookie sono pronti, di Jayson Tatum ne capitano pochissimi per ogni Draft) è un grande errore. Per tanti che entrano in NBA, l’anno da rookie è quello di adattamento ad un nuovo basket rispetto a quello giocato fino al college. Infatti dal finire della scorsa stagione il numero 14 dei Lakers ha cominciato pian piano a guadagnare sempre più fiducia nei suoi mezzi ed aggressività, e la partita contro i Golden State Warriors di qualche giorno fa ne è un esempio lampante. Non solo però, in generale il Brandon Ingram di questa stagione è davvero tutt’altro giocatore.

Per essere ancora più concreti, per dare un motivo ancora più valido alla tesi secondo cui giudicare “bust” un rookie, in particolar modo a stagione in corso, è un errore mettiamo sotto la lente d’ingrandimento una delle stelle dell’attuale NBA: Kawhi Leonard. Che fosse un giocatore forte difensivamente si era sempre saputo, ed è proprio per questo che veniva considerato niente più che uno specialista difensivo con poco potenziale in attacco. Nell’agosto del 2011, su Bleacher Report viene pubblicato un articolo sui rookie che avrebbero dimostrato di essere “bust” nella stagione successiva, e andandolo a spulciare si nota come tra i dodici nomi ci sia proprio quello dell’ala degli Spurs (nell’articolo si trova anche il nome di Kyrie Irving, poi Rookie Of The Year, seppur con una motivazione particolare). Il motivo per cui Leonard all’epoca era stato inserito in questa lista è che in NBA la fase difensiva è ad un livello superiore rispetto al college e secondo l’autore questo lo avrebbe portato a soffrire molto di più a causa della maggior fisicità. Peccato che abbia smentito tutto col tempo, e di questo siamo tutti testimoni noi, così come lo sono premi vinti come miglior difensore dell’anno senza che sia passato tantissimo dal suo ingresso nella scena. Già nella stagione da rookie infatti aveva collezionato circa venti partite con un defensive rating sotto i 100.

Senza dilungarmi troppo, per concludere porto l’esempio di uno dei giocatori più etichettati prima come high-risk e poi come “bust” negli ultimi anni. Giannis Antetokounmpo, prima e dopo il Draft del 2013, veniva visto come l’ennesimo europeo che va in NBA con tutti i buoni propositi salvo poi non dimostrare nulla e risultare un giocatore qualunque, uno di quelli che magari torna pure da dove è venuto. Per tutta la prima stagione questo discorso è andato avanti, con tante critiche e tante rinomine da “bust”: una media di cinque tiri presi in ventiquattro minuti e 6,8 punti per partita. Numeri decisamente bassi, ma che per un rookie sono anche legittimi. Ovviamente poi il greco è esploso di anno in anno, stagione dopo stagione, mettendo su una penetrazione difficilissima da fermare anche se il tiro ancora non è poi così efficiente. Senza contare che oggi il suo PER (dato che calcola quanto il suo contributo influisca sui risultati della squadra, sia nel senso positivo che in quello negativo) è intorno al 30, il secondo valore più alto dopo quello di LeBron James (sui 31). Andando a rileggere certi articoli e post sui social scritti su Antetokounmpo tra il 2013 e il 2014 è impossibile non farsi scappare qualche risata, sperando che chi ha partorito certe sentenze adesso veda il suo dominio in campo e ammetta l’errore.

Con tutto il cuore quindi spero che esplodano anche i nuovi arrivati Markelle Fultz e Lonzo Ball, alla faccia di chi spara sentenze. Lo spero per lo spettacolo che potenzialmente possono dare in campo da talenti quali sono (il rookie dei Lakers a tratti ce lo stiamo già gustando, mentre per quello dei Sixers purtroppo c’è da aspettare) e che tutto il meccanismo mediatico a cui sono sottoposti non sia di intralcio per le loro rispettive carriere. Vorrei poter riprendere questo articolo fra un po’ di tempo e darmi ragione su di loro, ma sopratutto vorrei che finalmente si capisse una cosa.

Sparare sentenze definitive su un rookie è veramente stupido.




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