Detroit Pistons

Detroit Pistons al bivio: momento di crisi o inizio dell’involuzione?

Chiariamo da subito: la stagione è ancora lunghissima e ci sono stati comunque segnali positivi da tenere in considerazione in casa Pistons, oltre al fatto che nessuna franchigia ad est (o forse tutte) sembra volere realmente un piazzamento, bello o brutto che sia, ai Playoff NBA del 2017.

L’NBA non è una scienza esatta, e questa stagione della franchigia del Michigan lo sta dimostrando appieno: infatti ad inizio anno in pochissimi avrebbero potuto pronosticare un tracollo del genere, ma le variabili, del resto, fanno spesso la differenza. Era infatti addirittura più che lecito pensare a segnali di miglioramento costante da una squadra che si ritrova fondamentalmente con un roster giovane, con un progetto avviato e con una second unit nella quale i problemi sembravano, almeno sulla carta, risolti con l’acquisto di Ish Smith, Jon Leuer e la conferma di “Stanimal” e Baynes.

Tuttavia la partenza, nonostante fosse sottotono, aveva più o meno rispettato il pronostico: 11 vittorie a fronte di 10 sconfitte, ma sempre a una gara/una gara e mezzo dalla lotta per il fattore campo. Da qui, tracollo generale. Il ritorno di Reggie Jackson infatti sembra aver influito negativamente sul rendimento e soprattutto sulla serenità di un gruppo che, fino a quel momento, rappresentava la seconda miglior difesa della lega ed aveva appena ottenuto tre vittorie di fila in trasferta (cosa a dir poco sorprendente se si considera l’andamento in trasferta degli ultimi due anni), contro tre dirette rivali per la corsa ai PO. Ora, infatti, andiamo ad analizzare alcune voci statistiche dal ritorno di Reggie, sia individuali che di squadra.

Reggie Jackson, Detroit Pistons

Reggie Jackson, è lui il problema dei Detroit Pistons?

La cosa che salta subito all’occhio è che si tratta della peggior stagione in assoluto del nativo di Pordenone dal suo arrivo a Detroit: il suo apporto, infatti, è calato sia dal punto di vista realizzativo che delle assistenze per i compagni, oltre al fatto di avere la % al tiro dal campo peggiore di sempre, fatta esclusione per la stagione da Rookie. A livello difensivo, prima del ritorno di Jackson, la difesa aveva concesso 100+ punti in sole otto delle prime ventuno uscite, con una media di 96.9 punti concessi a partita; dal suo rientro i Pistons ne subiscono invece 102.4. Passando ad analizzare il rendimento offensivo, prendendo sempre in considerazione le prime ventuno gare senza Jackson, la squadra è scesa a 90 o meno punti segnati in sole 4 occasioni, tenendo una media di 100.4 punti a partita; nelle sedici occasioni in cui ha giocato, i Pistons sono già scesi a 90 o meno punti ben cinque volte, di cui due volte restando addirittura al di sotto degli 80, scendendo ad una media di a malapena 97.6 ppg.

Unendo i due discorsi, si nota come si passa da una media di +3.5 ppg senza Reggie Jackson, a -4.8 ppg con Reggie Jackson: casualità? Credo che in molti abbiano dubbi al riguardo. Tuttavia non si può ricollegare tutto al ritorno di un singolo giocatore, in quanto nel polverone di casa Pistons ci sono state anche discussioni su minutaggio e rendimento di Stanley Johnson, sul quale la società voleva investire, ma che SVG ha bocciato dichiarando di voler maggior impegno dal giovane (anche mandandolo in D-League, n.d.r.), discussioni su un Tobias Harris relegato in panchina, anche se per il momento non c’è nessuna dichiarazione polemica ufficiale al riguardo, ed un rendimento altalenante di Kentavious Caldwell-Pope e Andre Drummond che ovviamente non può che destabilizzare la squadra.

La situazione, per come è stata descritta può sembrare veramente tragica, ma la svolta a Motor City è sempre dietro l’angolo. Non dimentichiamoci che, nonostante il risultato apparentemente pesante ai PO dell’ultimo anno (sweep contro i Cavaliers attualmente campioni in carica), questa squadra ha dimostrato di avere notevoli risorse ed una quantità di talento elevata, soprattutto grazie alle aggiunte fatte nel mercato estivo.

La squadra è chiamata a rispondere per fermare questa involuzione e farla passare come un più semplice e comune ‘momento di crisi’, ma come sempre le parole lasciano il tempo che trovano. Dovrà essere il campo a parlare.




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