Kevin Durant e Russell Westbrook

All-Star Game 2017: avremo finalmente una partita vera?




Per valutare se anche quest’anno andare a dormire all’alba per guardare l’All-Star Game in diretta mi sono posto una domanda che si è rivelata più scomoda del previsto: al di là del fatto che per forza di cose sono più legato alle prime a cui ho assistito, quali sono state le partite delle stelle rimaste più impresse nella mia memoria?
 L’aver trovato due sole risposte mi ha fatto preoccupare.

1 – All-Star Game 2001

Non conviene mai slegare un All-Star Game dal contesto: nel 2001, per esempio, siamo al cinquantesimo anniversario dell’esibizione e la lega è in un periodo di crisi. Senza dubbio questo ha influito sull’elevato rendimento dei giocatori in campo.
 A 5 minuti e mezzo alla fine l’Est è sotto di 10, mentre un Allen Iverson (poi votato MVP) in missione per conto di Dio, Stephon Marbury e Kobe si danno battaglia sui tiri decisivi di una partita senza esclusione di colpi e combattuta fino alla fine:

2 – All-Star Game 2003

L’ultimissimo giro di valzer per MJ si decide solo al secondo overtime, ma la partita finisce per assumere un significato simbolico enormemente più vasto di quello di un “misero” All-Star Game: con Michael e Kobe che vanno testa a testa, la sfida tra East e West finisce per rappresentare ufficialmente il passaggio del testimone da His Airness al Black Mamba.

Da allora riaffiorano alla memoria più che altro singoli momenti significativi, che si tratti di una giocata pazzesca (la remix di T-Mac come un fulmine a ciel sereno) o un momento di grande divertimento (la normalissima schiacciata di Nowitzki celebrata come se avesse vinto lo Slam Dunk Contest, con tanto di rimandi a Vince Carter).

Basta poi guardare i punteggi finali delle ultime edizioni per capire che la competizione negli ultimi anni ha fatto sempre meno parte del pacchetto: non a caso il culmine è stato raggiunto proprio con l’All-Star Game 2016, finito 196 a 173 per l’Ovest, con record di punti totali (369), tiri dal campo (286 di cui 139 triple) e altri che non depongono esattamente a favore dell’agonismo (minor numero di tiri liberi totali tentati nella storia della manifestazione con… 7). Ok, è una partita di pura esibizione nell’unico momento di vero riposo per i giocatori all’interno di una regular season dai ritmi sfiancanti, e quel che succede nei 48 minuti conta fino a un certo punto perché la pausa è anche un pretesto per tirare le somme della prima parte di stagione e discutere, nonché finalizzare, gli ultimi movimenti di mercato. Ma quando intorno alla partita ci sono storie particolari e in campo giocatori particolarmente motivati, l’All-Star Game diventa qualcosa di più, qualcosa di davvero memorabile: per questo, per esempio, l’edizione 1992 viene considerata la più bella di sempre, con l’improvviso ritorno in campo di Magic Johnson, poi MVP, dopo il ritiro conseguente all’annuncio della sua sieropositività.

Ed è proprio per questo che nutro aspettative molto alte nei confronti dell’All-Star Game 2017.

Russell Westbrook con il suo secondo premio di MVP dell’All-Star Game consecutivo

Russell Westbrook non avrebbe bisogno di ulteriori stimoli a competere, visto il fuoco sacro che gli brucia dentro, eppure, nonostante sia tra i candidati più gettonati per il titolo di MVP della stagione regolare e stia viaggiando con un’epica tripla doppia di media, non farà neanche parte del quintetto iniziale della Western Conference, cosa che non succedeva dal 2015 (risultato? Titolo di MVP della partita). Non ci sarebbe da stupirsi se questo lo portasse ad affrontare la partita col coltello tra i denti, facendolo magari puntare al record di 42 punti di Wilt Chamberlain sfiorato nel 2015, o al terzo titolo di Most Valuable Player consecutivo (è già l’unico nella storia ad averne conquistati due di fila). A proposito di volontà di rivalsa, la point-guard di riserva della Eastern Conference sarà il trascinatore dei Boston Celtics (attualmente secondi a Est): Isaiah Thomas, soli 175 centimetri di altezza, scelto al draft 2011 con la numero 60, quasi 30 punti di media a partita e un approccio al gioco che sembra urlare “non vi conviene sottovalutarmi” a ogni azione.

Dicevamo anche che bisogna sempre tener conto del contesto, del momento che sta vivendo la Lega, e allora di carne al fuoco per questo All-Star Game 2017 ce n’è davvero tanta: l’inclusione, al posto di Kevin Love infortunato, di un Carmelo Anthony al centro del caos Knicks assumerà una valenza particolare in vista degli ultimi movimenti di mercato? Giannis Antetokounmpo è alla prima partenza in quintetto di una lunga serie? La presenza di 4 giocatori dei Golden State Warriors (Curry, Durant, Thompson, Green) è l’ennesima dimostrazione del loro predominio sul resto della NBA? La Lega confermerà la nuova formula con cui sono stati scelti i titolari (50% voti dei fan, 25% media, 25% giocatori stessi) oppure rimarrà un unicum nella storia? Quale sarà la situazione tra Westbrook e Durant di nuovo compagni di spogliatoio per la prima volta dall’addio di KD a Oklahoma City?

Insomma, gli ingredienti per una partita memorabile e competitiva oltre che divertente ci sono tutti.

Mettiamo su il caffè.



La passione per il basket mi accompagna da tutta la vita, insieme a quella per la musica. Dopo averlo scoperto ho assistito incredulo agli ultimi due anni di carriera di MJ (ai Bulls), per poi innamorarmi perdutamente e per sempre dei San Antonio Spurs.


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